Molte promesse e miopia: ecco le periferie del Comune

di Carlo Maria LomartireÈ la periferia l'ultimo articolo imposto dalla moda sociologica, stavolta in versione antiterrorismo. Come molte altre, anche questa tendenza viene dalla Francia, quando giornalisti e commentatori hanno scoperto che le banlieu pullulano di jihadisti, musulmani francesi ormai di seconda o terza generazione ammaliati dal fanatismo sanguinario islamista per reazione al «disagio sociale» in cui sono costretti a vivere in fatiscenti sobborghi parigini. E fa niente se poi si scopre che non tutti quei sobborghi sono fatiscenti, se alcuni quegli assassini avevano lasciato un lavoro regolare e famiglie regolari, se la famigerata Saint-Denise trent'anni fa era anche peggio. Fa niente, la colpa è della periferia degradata e criminogena, come da una settimana ci spiegano stampa e televisione francese e di rimbalzo quelle nostrane. Ecco perciò che il presidente del Consiglio Matteo Renzi non si fa sfuggire l'occasione e annuncia «un piano equilibrato» di «investimenti per evitare che le periferie diventino terre di nessuno», tradendo una visione prevalente urbanistico-archiettonica del degrado di certi quartieri. Inevitabilmente la memoria corre alle promesse elettorali di Giuliano Pisapia, che quella concezione evidentemente condivide: «Nei primi cento giorni ridarò dignità alle periferie milanesi per rimettere a posto tutto quello che in questi cinque anni la Moratti ha trascurato». Risultati? Non è necessario arrivare in periferia, basta uscire dalla cerchia delle mura spagnole per constatare che la condizione è peggiorata. E a dirlo non siamo solo noi, notoriamente prevenuti. Ecco ad esempio cosa scriveva nel marzo dell'anno scorso, Sara Brusa, consigliera di Zona 6 del Pd, delusa fino al punto di dimettersi. Voleva essere la voce di quartieri veramente periferici e storicamente trascurati come il Giambellino e la Barona, e invece per Sara, come ha scritto nella lettera di dimissioni, «il vento di cambiamento non ha soffiato per i quartieri di case popolari, per la periferia. La distanza tra le due città è troppo ampia. Le scelte politiche determinano le condizioni di degrado in cui versano i nostri quartieri». Più chiaro di così Ma doveva aspettarselo, l'ingenua Sara, che un sindaco candidato dai salotti di banchieri ed editori non sarebbe stato molto sensibile alle condizioni delle periferie, se non a chiacchiere peraltro più dei suoi assessori che sue. Fatto sta che adesso per sistemare le cose arrivano i soldi, gli «investimenti» di Renzi. E invece per combattere il degrado non è necessario cominciare dai soldi, secondo l'interpretazione urbanistico-architettonica del problema, ma dal contrasto concreto ai singoli fattori del degrado. Ad esempio con una maggiore e costante presenza di forze dell'ordine sul territorio per inibire giorno e notte lo saccio e la piccola criminalità, con piccoli interventi di manutenzione, di cura del verde e dell'arredo urbano; sgomberando senza pregiudizi ideologici le case abusivamente occupate, spesso cellule malate da cui parte la metastasi del degrado. Insomma con una serie di operazioni concrete che poco hanno a che fare con l'aspetto esterno degli edifici - molto, invece, col tipo di gente che ci abita o che staziona sui marciapiedi. Pisapia - e prima ancora Renzi devono accettare l'evidenza sgradevole che il degrado di certi quartieri è spesso prodotto dal senso di insicurezza e abbandono e quindi dalla gente che li frequenta - che non necessariamente è quella che li abita.