In mostra i ritratti di Williams «Una sfida all'era dei selfie»

In Triennale presentata la prima mostra dell'artista californiano che ha esposto al Moma e a Whitechapel

Francesca Amè

«Sai come si vedono le mostre fotografiche oggi? Ci si avvicina all'opera esposta, l'occhio che si posa veloce sulla didascalia, poi un'occhiata ancora fugace al lavoro e via con il prossimo scatto. Che cosa si capisce? Nulla. Allora io ho pensato di mettere in mostra pochissime foto, lontane le une dalle altre. E non ho messo alcuna didascalia». Bassino, robusto, pelle rossiccia, occhialetti e di nero vestito, l'americano Christopher Williams approda alla Triennale con il phisyque du rôle dell'artista concettuale cullato dalle onde della California dove, alla fine degli anni Settanta, seguiva le lezioni di Michael Asher e John Baldessari. È vero, l'impostazione di questa sua «Models, Open Letters, Prototypes, Supplements», curata da Pia Bolognesei e Giulio Buresi è squisitamente concettuale: basti sapere che in una delle due stanze, tra i vari collage e lavori fotografici del passato, spiccano due enormi muri. Persino della costruzione di questi muri temporanei dominati dal rosso , l'artista rilascia il suo manifesto: una lettera in cui indica le ore di lavoro, il progetto, i materiali. Torna sempre, fortissima, la dimensione del tempo. Per Williams, che oggi insegna a Dortmund, il tempo che investi nell'opera artistica è direttamente proporzionale al suo valore e a quello che chi osserva è disposto a investire per la sua comprensione. Lo si coglie meglio nella prima sala della mostra, che ci concentra sui progetti fotografici: nell'epoca del selfie e del digitale, l'artista americano recupera un metodo di shooting, stampa e selezione delle immagini quasi da laboratorio. «Ciascuno degli scatti esposti richiede a me e alla mia equipe almeno due settimane di lavoro: fotografiamo, poi stampiamo immediatamente come se lo scatto fosse una polaroid, poi rifotografiamo e sovrapponiamo le immagini, così fino a che il risultato non ci soddisfa», spiega. Ritratti (splendido quello di una bambina), still life con ingranaggi di macchine fotografiche in primo piano e paesaggi sono i tre generi più frequentati dall'artista, che ha esposto al MoMa di New York e alla WhiteChapel di Londra. Sofisticato il suo intento: creare archetipi in una contemporaneità che si muove alla velocità di un clic.