Mustafa, ingegnere a Milano diventato «ayatollah» in Iran

A 24 anni ha preso la valigia ed è partito da Milano per andare più meno in un altro mondo: l'Iran, il centro dell'Islam sciita, la teocrazia più grande del mondo, il Paese cui l'Occidente guarda con diffidenza e timore. E non è partito per le vacanze, per apprendere una nuova lingua o per svolgere un lavoro; bensì per seguire il cursus honorum di studioso dell'Islam, un percorso di studio che oggi lo vede a un passo dal diventare ayatollah, il grado massimo riconosciuto agli esponenti del clero sciita.
La sua storia l'ha raccontata il «Sole 24 ore». Said Mustafa Milani ha 44 anni e il Paese in cui vive oggi è il suo Paese. Mustafa infatti è arrivato a Milano da bambino: emigrato in Italia con i suoi genitori. Loro vivono tuttora qui. Lui ha studiato a Milano: si è laureato al Politecnico come ingegnere ma poi ha scelto un'altra strada, che oggi potrebbe apparire perfino eccentrica anche a tanti altri immigrati che - soli o con famiglie - scelgono di restare in Europa - o in Occidente - a godere i frutti del benessere - o almeno, di quel che ne resta.
Mustafa è tornato nella sua Persia e si è stabilito a Qom, una città straordinaria: un milione di abitanti e settanta scuole teologiche. Una città santa cuore della tradizione religiosa dell'Iran: è qui che Khomeini diventò leader dell'opposizione allo Shah. Qom è la città delle biblioteche, tra le quali l'antichissima Najafj, che contiene 500mila volumi e 29mila manoscritti. Un tesoro di sapienza. Mustafa, insomma, ha seguito una vocazione diversa da tanti. Molti coetanei, o giovani connazionali, lottano tuttora e sono pronti a mobilitarsi nelle piazze, l'hanno già fatto, per la democrazia e la libertà. Lui ha seguito la strada della fede, nel Paese in cui la fede viene posta sopra ogni cosa, e spesso a scapito di ogni altra cosa - e questo lui lo sa. Oggi è testimone del grande percorso che i Paesi europei e occidentali hanno compiuto sul terreno della democrazia, ma ritiene di poter dire che anche loro, i Paesi della liberaldemocrazia, hanno qualcosa da imparare dal suo Iran. «Certamente - ha detto al Sole - possiamo servirci della grande esperienza europea nel campo della democrazia, superiore alla nostra, per utilizzarla. Non si tratta di imitare ma di studiare le dottrine politiche alla base della democrazia occidentale: è la stessa Guida suprema Ali Khamenei che ci ha invitato a farlo per trovare una sintesi in grado di dare vita a un modello islamico di democrazia». «Ammetto che abbiamo ancora un po' di strada da fare nel campo dei diritti politici e civili. Penso però che anche gli occidentali abbiano qualcosa da imparare dalla nostra componente spirituale, che oggi manca un'Europa un po' sclerotizzata».
Insomma, l'idea è che nessuno dei due mondi possa impartire lezioni e fornire ricette. L'idea è che entrambi gli universi che si guardano e spesso si contrappongono, oggi, nel mondo, possano trovare una sintesi superiore, che da entrambi colga il meglio. «L'Oriente - secondo Mustafa - può indicare quali sono i valori reali e c'è una razionalità rigorosa nel campo della teologia e del diritto, da non trascurare, direi che la nostra si può definire una razionalità spirituale». E lo sguardo sul futuro dell'Iran è comunque di speranza: «Yazdi - dice Milani a proposito di un ayatollah ritenuto il secondo più potente del Paese - ha la fama di essere un conservatore ma anche lui non è così chiuso alle altre culture: forse saprà - dice rivolgendosi al suo interlocutore, Alberto Negri - che proprio un altro italiano, il professore Franco Ometto, tiene lezioni di teologia cristiana ai suoi seminari».