Nella mente del killer che sparò in tribunale: «Fu fredda esecuzione»

Claudio Giardiello uccise tre persone I periti lo giudicano capace di intendere

Luca Fazzo

«Sono un uomo semplice, sono buono di cuore e non ho mai mentito a nessuno. Tranne che a mia moglie». Così Claudio Giardiello, l'uomo che il 9 aprile scorso sparse morte e paura a Palazzo di giustizia, ha raccontato se stesso agli psichiatri mandati a esaminarlo in carcere. Dovevano stabilire, su ordine del giudice di Brescia che lo sta processando, se Giardiello sia pazzo, in parte o per intero. Lui, diversamente da quanto accade spesso, non ha provato neanche un po' a farsi passare per matto. La perizia depositata due giorni fa lo descrive «composto, pacato, conciliante, talora lievemente manierato». E conclude: non è pazzo per niente.

Per arrivare a questa conclusione, i periti nominati dal tribunale di Brescia frugano nei comportamenti di Giardiello prima e dopo il suo giovedì di sangue. Resta fuori il «durante», quella manciata di minuti che vanno dall'ingresso in tribunale, alla sparatoria nell'aula della quarta sezione dove uccide il suo ex socio Giorgio Erba e il suo ex avvocato Lorenzo Claris Appiani, e poi al passaggio più incredibile, la discesa indisturbato di una rampa di scale, l'ingresso nella stanza del giudice Fernando Ciampi, il colpo che lo fredda. Di tutto questo non c'è traccia: Giardiello «riporta di avere percepito la sua testa come ovattata nel giorno dello svolgimento dei fatti».

I periti Giacomo Filippini e Sergio Monchieri raccontano il percorso mentale e umano di Giardiello come la catastrofe di un uomo normale e anzi a suo modo brillante, che crolla sotto il peso delle ingiustizie, che a torto o a ragione, ritiene di avere subito. Tanto che anche in cella ad agitare i suo sonni non sono i volti dei tre uomini che ha ucciso ma gli incubi del periodo precedente, quando il suo sogno borghese si sgretola: «Lamenta incubi notturni. Questi sono incentrati sulle vicende societarie pregresse e sulle relazioni in esse implicate>, si legge nel referto di un incontro del 12 maggio, poco più di un mese dopo la strage.

La conclusione dei due periti è che Giardiello nemmeno soffre di quel «disturbo della personalità» che in qualche modo avrebbe potuto attutire le conseguenze penali del suo gesto. La diagnosi conclusiva che traggono i consulenti del tribunale è di «disturbo dell'adattamento con umore depresso». Di questa sindrome Giardiello presenta uno dei sintomi classici, la «marcata sofferenza che sia sproporzionata rispetto alla gravità o intensità dell'evento stressante». Nel suo caso, l'«evento stressante» fu la bancarotta della sua società, la Immobiliare Magenta, cui reagì prendendosela con fette sempre più vaste di mondo.

La conclusione è che «non si rilevano dunque ad oggi, né tantomeno in riferimento al passato, patologie di rilievo psichiatrico forense che rilevino in merito ad una compromissione, neppure parziale, della capacità di intendere e di volere». Giardello il 9 aprile sapeva quel che faceva. E d'altronde il tema era stato affrontato, con conclusioni simili, anche dal professor Alberto Parabiaghi su incarico di Gian Piero Biancolella, il difensore di parte civile della famiglia di Claris Appiani: convinto che «il signor Giardiello non abbia manifestato, nè prima nè dopo nè durante l'azione omicidiaria, alterazioni psicopatologiche atte a incidere sulla propria incapacità di intendere e di volere (...) Piuttosto, sono numerosi gli indizi psicologici di un'azione meditata, e a lungo rimuginata e programmata, e di una fredda ed efficiente esecuzione».

A questo punto, nulla può salvare Giardiello dall'ergastolo.