Al Niguarda un'oasi anti anoressia

Anoressia. Quantificare la dimensione di questa «epidemia» non è facile poiché manca l'omogeneità delle classificazioni. L'incidenza del male sulla popolazione è bassa, anche se può raggiungere tassi elevati in sottogruppi specifici come i giovani. Le percentuali a livello internazionale spaziano dallo 0.3 per cento a più del 3 per cento. Il dato relativo alle ospedalizzazioni in Italia fa impressione. Secondo uno studio del 2010, infatti, su 100mila donne tra i 10 e i 19 anni il 22,8 per cento è affetto da anoressia, mentre l'incidenza tra gli uomini è del 2 per cento. «La percentuale preoccupa se si pensa quanto siano pochi i centri in grado di ospedalizzare gli anoressici» specifica il dottor Ettore Corradi, direttore della Struttura complessa di dietetica e nutrizione clinica al Niguarda.
È un nutrizionista Corradi. Quindi il suo approccio con la patologia è di tipo internistico, anche se lavora nell'ambito di un'équipe in cui sono presenti psichiatri e psicologi. Una visione multidisciplinare è indispensabile in questi pazienti in cui la connessione tra corpo e mente costituisce un aspetto centrale. «L'argomento è dibattuto, benché si sia arrivati ormai a capire che i due tipi di approcci, internistico e psicologico, devano interagire e coesistere. Corpo e mente sono sullo stesso piano. È difficile identificare esattamente dove e quando debba prevalere l'uno o l'altro aspetto di cura, perché l'intervento varia a seconda del soggetto e del tipo di malattia che si ha di fronte. Non si può parlare di anoressia ma si deve parlare di anoressie».
Quanto si muore? «La mortalità è elevata se confrontata per classe di età, ma si può guarire, si può guarire» ripete Corradi per far capire che la speranza è una rete che non cede mai. I dati internazionali evidenziano come la mortalità si riduca drasticamente laddove sul territorio siano presenti un adeguato numero di centri specializzati nel trattamento».
Nel 1992 quando il reparto era al San Carlo (prima d'essere trasferito al Niguarda, nel 1998) i maschi anoressici erano una rarità. Oggi è più comune avere in cura anche ragazzi. «A volte nel maschio il disturbo è più difficile da diagnosticare, perché i sintomi non sono solo l'estrema magrezza o la perdita di appetito, ma spesso prevalgono un'iperattività esasperata e mascherata dal culto ossessivo per la palestra».
Il problema più scottante oggi? «Le risorse economiche. Nella cura ci sono pochi supporti tecnologici o farmacologici, quindi non ci sono interessi di grandi aziende disposte a fornire capitali a integrazione di quanto impegnato dal settore pubblico. Tutto si basa tra l'interrelazione tra uomo e uomo, per questo non è una patologia in cui si investe. Purtroppo, vista la grande sofferenza che scatena in pazienti e famiglie. Per questo siamo grati ad associazioni come «Erika», che attiva terapie occupazionali in grado di seguire i degenti e di aiutarci nel nostro lavoro».