Omicidio a Chinatown, la comunità fa muro

Si alza il livello della violenza, per la prima volta l'esecuzione di un killer dentro casa

Paola Fucilieri

Quando a Chinatown tira una brutta aria, la comunità cinese si è sempre distinta per la sua eccessiva riservatezza, per non parlare schiettamente di omertà. E anche stavolta, come da copione, pare ci siano troppe domande senza risposta, troppi segreti - coperti da una patina di perbenismo forse fin troppo convincente - nella vita di Chengxiang Xue. Il cinese 32enne freddato da un colpo di pistola tra le 12.30 e le 13 di mercoledì (quando lo ha trovato, in fin di vita, la moglie, ndr) nel suo mini appartamento di ringhiera usato come ufficio, o comunque punto d'incontro, al primo piano dello stabile di via Paolo Sarpi 25.

In realtà cosa facesse per vivere quest'uomo resta ancora avvolto nel mistero, nonostante la consorte, che parla benissimo l'italiano, abbia fatto delle dichiarazioni precise agli investigatori, i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale di Milano, coordinati dal pm Maura Ripamonti. Parole, informazioni, dettagli, conoscenze, frequentazioni e documenti che ora sono sotto la lente d'ingrandimento degli inquirenti per dare una forma concreta all'esistenza di questo cinese ucciso come in una esecuzione mafiosa. E il tutto lascia pensare che il 32enne avesse più di qualcosa da nascondere.

Di certo alla Camera di commercio di Milano sotto il nome del cinese ucciso non è registrata alcuna attività, nonostante l'uomo vivesse con la moglie in un bell'appartamento, sempre a Chinatown, non lontano dal piccolo ufficio e il suo tenore di vita fosse piuttosto alto, contrariamente alle apparenze modeste che forse la coppia adottava per non dare nell'occhio.

Al momento, però, i militari di via della Moscova hanno le bocche cucite e sostengono di non seguire una pista in particolare. «Troppo presto per formulare certezze» si affrettano a dire liquidando i giornalisti.

«Per il momento il movente di questo delitto lo ricerchiamo a 360 gradi - si lascia andare un investigatore -. Si va dall'usura, a ragioni personali , al riciclaggio fino all'infinita nebulosa di tutti gli affari e dei giri loschi».

Che cosa combinasse Chengxiang Xue in quella sorta di «ufficietto» in realtà non è chiaro. Lo spazio è davvero lillipuziano e anche l'arredamento è minimale: un tavolo usato come scrivania, una sedia, il divano, sul quale - come ha confermato la moglie - a volte il consorte restava a dormire, ma senza mai chiudersi dentro a chiave. Sì, la porta d'ingresso non è mai stata sbarrata dall'interno. Per questo non si esclude che il cinese non abbia nemmeno dovuto aprire l'uscio al suo assassino, qualcuno che conosceva le sue abitudini e sapeva di trovarlo lì e solo in quel momento.

In ogni caso quello di via Sarpi 25 resta un omicidio particolare, forse il primo consumatosi all'interno di un ufficio privato o di un'abitazione: i cinesi si uccidono notoriamente per strada, in luoghi pubblici come ristoranti, discoteche o club, ma anche sale da gioco. Inoltre in questo delitto non appaiono ferite da coltello o colpi di machete, armi «predilette» dalla comunità.

Così viene spontaneo chiedersi se attraverso questo tipo di omicidio, molto simile a un regolamento di conti, la comunità di via Sarpi non stia alzando il tiro. Senza escludere però, anche un assassino di un'altra etnia. Perché no? Anche italiano.