Paolo Rossi show a teatro "Da Molière a (the) Best"

L'attore porta in scena il suo nuovo spettacolo: "Un varietà con diverse espressioni artistiche"

«L'improvvisazione andrebbe insegnata nelle scuole, così come la musica. Sul serio, però. Ci sono giovani che ascoltano la musica senza sapere cos'è la dinamica di un brano, o il suo tempo. Imparare a improvvisare a teatro, e anche nella musica, dà un brivido particolare: vai senza rete. Ma anche nell'improvvisazione servono regole militari. Per farle proprie serve anche tanta gavetta: la mia si chiama Fo, Jannacci e Gaber. Sono stati loro la mia Accademia di West Point». Paolo Rossi ha sempre quell'aria da rockstar sonnolenta («io rockstar? Da giovane mi pensavo simile a Mick Jagger, poi invecchiando sono ingrassato e mi vedevo Carlo Ancelotti»), ma le idee le ha chiare.

Idee che porterà sul palco del Teatro Menotti fino al 17 giugno (e poi dall'11 al 31 dicembre prossimi, in ripresa, mar-gio e ven ore 20.30, mer e sab ore 19.30, domenica ore 16.30, ingresso 29,50 euro, mar e mer posto unico 15,50 euro, info 02.36.59.25.44) con «Il re anarchico e i fuorilegge di Versailles - da Molière a George Best. Quarta stagione completa», sua la regia e cast corposo e talentuoso con Luca Vasini e, tra gli altri, Renato Avallone e Marco Ripoldi de «Il Terzo Segreto di Satira», fenomeno comico del web. «Perché tirare in ballo George Best? - piega l'attore Perché nello spettacolo ci sono alcuni riferimenti al calcio, e se dovessi dire un solo nome su chi sia il più grande improvvisatore nel calcio direi lui, il mitico Best».

Lo spettacolo in scena al Menotti è, per stessa ammissione del suo creatore, difficile da illustrare: «Parlo di quarta stagione perché il mio rapporto con Molière è seriale. Sono alla mia quarta e ultima tappa attorno al drammaturgo francese. E poi, con questo voglio anche suggerire al pubblico che, di questi tempi, va fuori di testa per le serie tv che autori come Moliére e soprattutto Shakespeare sono stati i primi autori seriali. Basti pensare ai re d'Inghilterra di cui parla Shakespeare: quando arrivi a Riccardo III non sei più stupito di tutto quel sangue».

La storia, il suo embrione si può dire, parla di un «varietà onirico di diversi numeri e di diverse espressioni artistiche», dalla prosa alle canzoni, alle danze popolari italiane e greche (il «rebetiko», sorta di blues ellenico cantore degli emarginati), in un passaggio incessante tra passato e presente. A proposito, il presente: «Lasciamo perdere commenta Paolo Rossi, con l'occhio beffardo - Di questi tempi, piuttosto che leggere ciò che scrivono i quotidiani su ciò che succede in politica, preferisco sfogliarmi La Gazzetta dello Sport. Più entusiasmante. A un certo punto dello spettacolo, qualcosa dirò, di questo presente».

Se poi gli si chiede se pensi, prima o poi, a farsi una scuola di teatro tutta sua, Paolo Rossi risponde: «Ma scherziamo? Sarebbe come se un comico fondasse un partito. Io penso che alla fine si impari sulla strada, a me è successo così. La mia forse è stata l'ultima generazione a fare la gavetta: io, ad esempio, ho attraversato tutti i generi e luoghi, dal locale notturno al Piccolo Teatro, dalla regia di operetta alla Scala al Festival di Sanremo. Bisogna scendere nell'arena e giocarsi la partita, di sera in sera. Perlomeno questo mi ha tenuto, negli anni, in salute mentale».