Pinelli e Calabresi: ora la verità va scritta sul marmo

E adesso cosa accadrà delle lapidi di Milano? Quale commissione si prenderà la briga di rileggere una ad una le innumerevoli targhe marmoree sparse per la città, e di controllarne la fedeltà alla verità giudiziaria oltre che a quella storica? L'interrogativo viene sollevato dalla delibera che ieri il consiglio comunale approva dopo un percorso accidentato, il cui sintomo più evidente sono le sette assenze nella maggioranza al momento del voto (tutta Sel, un paio di piddini e uno della lista civica). Il problema è che la delibera era nata - su iniziativa del Pd David Gentili - con il semplice obiettivo di completare la lapide per la strage di via Palestro, attualmente definita su marmo come «vile attentato», e che invece alla luce delle sentenze di Cassazione diverrà «strage mafiosa volta a ricattare lo Stato». Fin qui tutto bene e tutti d'accordo. Ma poi si è messo di mezzo Manfredi Palmeri, centrista: eh no, allora se si corregge quella si correggono tutte. Ed è questa la linea approvata ieri dal consiglio.
Tanto lavoro in vista per marmisti e scalpellini? Mica tanto. Perché in realtà tutti i distinguo e tutte le cautele ruotano intorno a un pugno di targhe. Strafalcioni appesi ai muri milanesi, a ben vedere, ve ne saranno parecchi. Ma a spaccare il mondo della politica sono le lapidi che ruotano intorno a due soli, tragici episodi, intimamente connessi tra loro: la morte di Giuseppe Pinelli, volato dal quarto piano della questura il 16 dicembre 1969; e l'uccisione di Luigi Calabresi, il commissario che stava interrogando Pinelli, ammazzato sotto casa tre anni dopo. A Milano ci sono tre lapidi per Calabresi e due lapidi per Pinelli. Quelle per Calabresi - in via Cherubini, in questura, in via Corridoni - offrono la stessa versione un po' vaga, parlano di «spirale di violenza», di «terrorismo», eccetera: insomma non spiegano chiaramente chi abbia ucciso il commissario. Le due lapidi di Pinelli sono invece una accanto all'altra, in piazza Fontana, e dicono cose opposte: una è quella ufficiale del Comune, l'altra è quella ufficiosa dei «democratici ed antifascisti milanesi». La prima definisce Pinelli «morto innocente» in questura, la seconda «ucciso innocente».
La targa ufficiale, alla luce della mozione approvata ieri, non ha bisogno di essere corretta, perché la verità giudiziaria dice che Pinelli non venne ucciso ma ebbe un «malore attivo». A dover essere corretta sarebbe semmai l'altra targa, quella ufficiosa, che parla di un Pinelli ammazzato: targa che però il Comune non riuscì a fare correggere neanche ai tempi della giunta Moratti-De Corato, e si può stare certi che tantomeno ci riuscirà adesso. Insomma non cambierà nulla, e le due targhe continueranno a convivere sull'aiuola, come in città convivono opinioni diverse su quei tragici fatti. E non sempre la verità dei fascicoli processuali ha la forza per diventare verità condivisa.
Altrimenti, in piena applicazione della mozione approvata ieri, andrebbero completate anche le targhe per Luigi Calabresi, che oggi sono ancora più vaghe di quella di via Palestro. Anche per il commissario la verità giudiziaria è stata raggiunta, con sentenze definitive. Calabresi per la giustizia non fu vittima di un imprecisata «spirale di violenza» ma di un omicidio premeditato e attuato dal servizio d'ordine di Lotta Continua. Ma si può scriverlo su una lapide? Si può almeno parlare di violenza di estrema sinistra, come su altre lapidi si parla giustamente di violenza fascista?
No, pare che non si possa. D'altronde neanche la famiglia del commissario lo ha mai chiesto. E anche quelle lapidi, si può starne certi, resteranno come oggi.