Quella propaganda rossa che fece esplodere la rivoluzione di Ottobre

Alla Fondazione Feltrinelli viaggio tra cartoline, manifesti e riviste sull'ideologia del proletariato

Non è un mistero che quella che viene ricordata come la rivoluzione d'ottobre del 1917 sia avvenuta, in realtà, quando i calendari di mezza Europa erano già «sintonizzati» sulla pagina di Novembre. L'insurrezione decisiva di Pietroburgo, infatti, ebbe il suo culmine tra il 24 e il 25 ottobre del calendario giuliano allora in vigore nella Russia zarista, il 6 e 7 novembre per noi «gregoriani». A conti fatti cento anni esatti or ono, come ci ricorda la mostra multimediale e interattiva «1917-2017 - Una storia europea chiamata Rivoluzione», allestita fino al 17 dicembre alla Fondazione Feltrinelli, che ha fra suoi i «fili rossi» proprio quello del rapporto, a volte conflittuale ma sempre irrinunciabile, fra Russia ed Europa, un tema di lungo periodo che non ha ancora smesso di suscitare profondi interrogativi. In realtà le mostre sono tre, perché tre - ideologia, economia e propaganda - sono i filoni seguiti attraverso una ricca messe di manifesti, immagini, volumi, periodici, affiches, spezzoni di pellicole e opere interattive e animate, materiali spesso inediti provenienti dal patrimonio della Fondazione, recentemente arricchito dalla Collezione Alberto Sandretti, che oggi conta «oltre 14mila monografie, 300 testate di periodici, più di 4mila manifesti e 10mila cartoline», sottolinea il responsabile dei contenuti editoriali della Fondazione David Bidussa. Il primo percorso, fino al 23 novembre, si focalizza sulle idee ispiratrici del fenomeno rivoluzionario attraverso il duplice punto di vista delle fonti russe ed europee. Dal 24 si passa ad indagare lo sviluppo economico fra industrializzazione e modernizzazione. Infine, spazio alle modalità di autorappresentazione del mondo sovietico, dal 5 al 17 dicembre. Una chicca sono i «manifesti animati» a cura di CamerAnebbia, e una proposta di montaggi del cinema russo dagli anni '10 ai '30, dalle sperimentazioni di Ejzenstejn e Vertov ai musical di Aleksandrov. Riflette Bidussa: «Siamo partiti dall'assunto che qualsiasi fosse il giudizio, critico o entusiasta, su ciò che stava avvenendo là, quegli eventi hanno modificato il linguaggio e la sensibilità di chi vi ha assistito. Che è poi quello che succede con tutti i grandi sconvolgimenti storici. Perciò abbiamo dato ampio spazio alle diverse posizioni e prospettive storiche e politiche, sottolineando anche i diversi elementi di ambiguità di una certa propaganda che, con l'intenzione di rappresentare uno Stato ideale, ne metteva in luce anche le devianze e le criticità, come la povertà, le difficili condizioni delle fasce deboli, l'alcolismo e i vizi di una società tutt'altro che idilliaca. Un mondo che, più che celebrare quello che è stato, ai nostri occhi smaliziati svela quello che sarebbe voluto essere». A inaugurazione di ogni tappa, un incontro sull'idea di «rivoluzione» con filosofi, storici, critici e politologi, da Salvatore Veca a Giulio Giorello, da Pino Donghi a Marcello Flores.