Il pusher? Ha diritto alla casa popolare

Max Ciavarella, fratello del killer del tassista, fu trovato con 2 chili di droga. Per i giudici è un tossicodipendente

Quando venne fermato dai carabinieri, aveva con sè una mattonella pressata di cocaina da mezzo chilo. Nel solaio della palazzina Aler di via Tiepolo in cui viveva, i militari trovarono un altro chilo e mezzo di sostanza stupefacente. Valore complessivo: quasi 100mila euro. Così il 15 ottobre del 2011 scattarono le manette per Max Ciavarella, fratello di Morris, il ragazzo che un anno prima aveva ucciso il tassista Luca Massari, sceso dalla propria auto per scusarsi dopo aver involontariamente investito il cane della fidanzata di Morris, e morto su un marciapiede in largo Caccia Dominioni. Max, che aveva precedenti per droga a partire dal 2006, era considerato dagli investigatori dei carabinieri di Porta Monforte un piccolo grossista della polvere bianca. Ma non per i giudici del Tar. Secondo cui Max Ciavarella è un «tossicodipendente», e come tale non ha commesso reati, e mantiene il diritto di restare nella casa popolare da cui il Comune lo aveva allontanato con un provvedimento del 24 maggio 2012.

Così è scritto nella sentenza depositata ieri dal tribunale amministrativo, che ha accolto il ricorso dell'uomo - oggi 40enne - contro la decisione di Palazzo Marino di dichiarare decaduta l'assegnazione dell'alloggio Aler di via Tiepolo. Una scelta, quella del Comune, presa sulla scorta di un articolo del regolamento regionale del 2004, che prevede la decadenza nei confronti di chi «abbia usato o abbia consentito a terzi di usare l'alloggio o le sue pertinenze per attività illecite, che risultino da provvedimenti giudiziari, della pubblica sicurezza o della polizia locale». Apparentemente, l'esatto profilo di Max Ciavarella. Ma per i giudici di via Corridoni le cose stanno diversamente. «Non vi è alcuna prova - scrivono le toghe - che il ricorrente abbia utilizzato l'immobile concesso per l'esercizio di attività delittuosa».

Come è possibile? Il problema, forse, è che le carte presentate ai giudici da Palazzo Marino sono state un po' carenti. Max Ciavarella viene definito nella memoria del Comune come una «persona dedita all'uso di droghe che hanno determinato tra l'altro il suo attuale stato di detenzione». Dunque, non uno spacciatore. Così, risponde il Tar, «è agevole replicare: che lo stato di tossidipendenza non integra alcuna fattispecie di reato o illecito amministrativo; che non viene evidenziato alcun indizio atto a dimostrare non solo che l'alloggio abbia costituito il luogo di consumazione di reati in materia di stupefacenti, ma anche semplicemente che l'uso di sostanze stupefacenti sia avvenuto nell'alloggio; che mancano i provvedimenti giudiziari o della pubblica sicurezza richiesto dal regolamento regionale; che, per di più, le note e le relazioni Aler emesse nel 2011, pur a seguito di espresso ordine istruttorio, non sono state prodotte in giudizio dall'amministrazione comunale». Insomma, ci sarebbe stata anche qualche leggerezza di troppo da parte dei legali di Palazzo Marino. Morale: l'alloggio popolare non si tocca. Vince Max Ciavarella. Un tossicodipendete, per i giudici. Un pusher, per i carabinieri che gli hanno messo le manette ai polsi.