Quando il figlio di Ernest si operò e divenne donna

Il nipote del premio Nobel, milanese adottivo, racconta in un libro la drammatica storia della famiglia dell'autore di «Addio alle armi!»

La campana suonò l'1 ottobre. Non importa di quale anno. Fu un pedaggio e continuò i suoi lugubri rintocchi ogni dodici mesi. Scandì vite tristi di uomini e donne. E di chi stava a metà strada. Prima l'uno, poi l'altra. Inquieto disagio. Non trasformismo. Nessun essere umano è un'isola. John Donne, Ernest Hemingway e un concetto che attraversa quattro secoli. Sgretolamento di un confine e fluidità dell'essere. Spingersi oltre il non ritorno. Il profumo delle lacrime. Il suicidio. La fine del corpo. Approdi postumi dell'impossibile. Lo scrittore - premio Nobel nel '54 - e il figlio Gregory che fece il medico. Nacque maschio e morì femmina. Gloria Hemingway. L'assoluto della mascolinità che entra in crisi e distrugge l'identità di genere. Prima che il genere fosse.

Dramma di una somiglianza ravvicinata. Una morte scelta. Imposta a se stesso. E temuta. Rischio trasmissibile di generazione in generazione. Valori che affascinano e uccidono. Amore e ossessione di trasferire il peggio e trattenere nell'involucro terreno la rara perla di un'aloha isolata. La tragedia degli Hemingway si gioca in questo funebre scatto fotografico tra bipolarità. Genio. E morte.

John, figlio di Gregory e nipote di Ernest, quel libro lo ha letto a Milano. Incroci di un destino bizzarro che portò qui il nonno, ricoverato nell'ospedale della croce rossa americana negli ultimi fuochi della Grande Guerra. S'innamorò di un'infermiera che non lo ricambiò. Addio alle armi nacque lì. In via Armorari. E conquistò il mondo. L'ultimo rampollo vi giunse in punta di piedi nel 1984. Aveva una moglie e qui fece due figli, Michael e Jackie, nati sotto la Madonnina e cittadini italiani. Si nascondeva dietro il suo nome e insegnava inglese come un qualunque John. Zucchero di timidezza. Insostenibile leggerezza di un cognome. Ma ha imparato l'italiano e soprattutto ha letto quel romanzo, Il giardino dell'Eden, pubblicato un quarto di secolo dopo il suicidio di nonno Ernest. «Non ci capii molto» spiega «ma mi intrigò quell'occulto limite. E lo rilessi». Solo in un secondo momento ha compreso che parlava di famiglia.

«Il discrimine fra uomo e donna in una luna di miele accoltellata da una relazione extraconiugale. L'attrazione per la femmina androgina e l'inversione dei ruoli di genere. Il germe forse si è schiuso lì». E quel romanzo rimase in un cassetto fino al 1986, quarant'anni dopo l'inizio della stesura. A confinarlo sotto chiave fu la paura. Hemingway intuì di aver superato una soglia dalla quale non si torna. Lo paralizzò il terrore di aver trasmesso al figlio questa tara.

«E fu felice quando Gregory, quindicenne, vinse un torneo di tiro al piattello contro rivali adulti. Si sentiva realizzato per avergli regalato la classe del cecchino. Un'arte». Da quella gioia nacque l'angoscia di un'eredità possibile. E ad aprirsi fu un baratro di pulviscolo. Fatto di drammi e morte. Il male oscuro della depressione azzannò Ernest senza più abbandonarlo. E quando esplose il colpo di fucile che lo uccise era il 2 luglio del '61. Un'arma. Ancora una volta. Funestava pensieri e spalancava incubi. Si ereditava anche il gusto amaro del suicidio... E il terrore vigliacco attanagliò i discendenti di quel genio.

«Mio padre Greg era un medico. Attento al corpo. Al suo uso. E purtroppo anche all'abuso. Quando fu arrestato per droga sua madre ne morì. Era l'1 ottobre. Hemingway non glielo perdonò mai. Lo incolpò di quell'infarto. Ogni anniversario si aggredivano a colpi di parole. Lettere che, allora come oggi, fanno trasecolare. Ma si amavano. Erano uguali. E solo loro potevano comprendersi. Come in una sfera intangibile che li avvolgesse». Anche le crisi che condussero lo scrittore alla fine, a loro modo, furono ereditate dal figlio, in preda alla sindrome bipolare e all'insolita mania di travestirsi da donna. Quell'ambivalente confine tra maschile e femminile continuava a far tremare.

Il romanzo che riposò nella scrivania confermava i suoi maledetti auspici. Indietro non si torna. E già dal 1973, a 42 anni, Gregory ha iniziato a vestirsi al femminile. «Non l'ho mai chiamato daddy, solo Greg. Anche quando divenne Gloria. E nel mio, di libro». Perché John Hemingway ha infilato queste vite sulla carta. Testimonianza d'inchiostro. Strange tribe è il loro racconto. Ernest e Greg, strana schiatta davvero. Transito a singhiozzo. John è tornato a Milano, dove il nonno si innamorò. E da dove lui stesso era partito nel 2006 per promuovere il volume. È venuto per tenere a battesimo la stilo che Montegrappa ha dedicato allo scrittore. «Magnifica suggestione». Il prossimo volo è Cuba. Mojito e Bodeguita del medio. Tutto molto hemingwayano. Perché in fondo le radici sono nel mondo. Nel mondo di Ernest.

«Il Nobel l'ha vinto mio nonno. Inutile rivendersi come ciò che non si è. Per me la scrittura chiarisce le idee e affina i pensieri. È lo zen, insomma. Forse terapia. Anche se non sono depresso né bipolare». Transito interrotto. Il male non è stato tramandato. I disvalori di un'identità sessuale in lite con se stessa sono nati e morti in una mattina. Quella in cui Gregory fu operato. Si addormentò uomo e si svegliò donna. Era il 1995. «Ma il suo insegnamento è stato per sempre amore». Infine, il talento della penna...

«Furono vite tragiche. Come mia mamma. Schizofrenica». Greg visse sei anni da Gloria. Poi se ne andò. Un collasso se lo è portato via nel 2001. L'1 ottobre. Transiti. Oltre il confine. Nessun uomo è un isola, sosteneva John Donne e sottoscrisse Hemingway. E allora... Allora, «non chiedere mai per chi suona la campana. Suona per te».