Quegli artisti italiani che raccontarono la Grande Guerra

Un'eccezionale mostra mette alle Gallerie d'Italia in luce il sentimento del Paese tra Belle Époque e distruzione: 200 opere in gran parte inedite

Le Gallerie d'Italia di piazza Scala celebrano il centenario della Grande Guerra con un'importante mostra che sottolinea come anche a Milano sia possibile dare vita ad esposizioni d'arte che lascino il segno per originalità, rigore scientifico, ricerca delle opere e contenuti. Non è poco, trattandosi di una mostra storica, che per di più si immerge in un periodo complesso e oscuro dell'arte italiana; la stagione che, tra la fine dell'Ottocento e i primi anni Trenta, ha tenuto l'Italia all'ombra dei fasti delle grandi avanguardie europee (Parigi in testa) e, ad eccezione del Futurismo, è ancora in gran parte da rivalutare.

Merito dei curatori Fernando Mazzocca e Francesco Leone che hanno avuto la capacità di analizzare il tema da diverse angolazioni, a partire dal clima di angoscia sociale che pervadeva (anche) il Belpaese durante una Belle Époque decantata dal Liberty e in cui invece erano ben presenti i germi delle prossime tragedie. Prima, durante e dopo la tragica avventura bellica che costò all'Italia oltre un milione di morti, alcuni artisti già educati dal modernismo furono gli appassionati reporter di una stagione caratterizzata da profonde tensioni sociali e da una depressione economica che mise in ginocchio vasti strati della popolazione nelle città e nelle campagne. Ma il valore della mostra promossa da Intesa Sanpaolo (oggi una mosca bianca del mecenatismo culturale) sta anche altrove: nell'aver avuto il coraggio di scovare pregevoli opere, tra dipinti e sculture, di artisti poco noti al grande pubblico, in collezioni private e nei depositi di musei italiani.

In primis, il monumentale ciclo «Il poema della vita umana» di Giulio Aristide Sartorio, quattro grandi pannelli realizzati dall'artista romano per la Biennale veneziana sulla rappresentazione allegorica della Vita e della Morte. Il mastodontico ciclo, come molte delle 200 opere in mostra, è pressocchè inedito ed è stato ottenuto dai depositi di Ca' Pesaro a Venezia. Mario De Maria, Giuseppe Mentessi, Plinio Nomellini, Leonardo Bistolfi, Luigi Nono, Galileo Chini, Lorenzo Viani, Aroldo Bonzaghi e tanti altri: in mostra dipinti e sculture irripetibili che rappresentano - ora con il crudo realismo ottocentesco, ora con l'aura mortale tipica dei simbolisti, ora con l'inquietudine dei futuristi - le masse popolari sospese tra il baratro della miseria e il disastro imminente, e ancora incerti eserciti mandati al macello e fagocitati da una natura fattasi matrigna.

Per facilitare l'osservatore, i curatori hanno suddiviso l'esposizione in quattro sezioni: «1890-1914, il lato oscuro della Belle Epoque», «Patria e interventismo», «In guerra, realtà e rappresentazione» e «1915-1935, mito, memoria e celebrazione». Nel primo filone, quello più noir, ecco opere straordinarie come il trittico «Sic Transit» dell'artista ungherese Adolf Hirschl, in prestito dai depositi della GaM di Roma, o come le «Riflessioni di un affamato» di Emilio Longoni, o il «Giorno di festa al Pio Albergo Trivulzio» di Angelo Morbelli (collezione del Musée d'Orsay). Più familiare ai pubblico la seconda sezione, quella sull'interventismo, dominata dall'opera sull'apologia della «guerra sola igiene del mondo» di Filippo Tommaso Marinetti. Commoventi le cronache di guerra raccontate direttamente dal fronte da Sartorio così come, nella sezione dedicata alla celebrazione della vittoria, la rappresentazione delle famiglie dei caduti ele tensioni sociali rimaste irrisolte. Su tutti, un fiammeggiante trittico dell'«Eroica» di Gaetano Previati e un desolato «Ritorno alla vita» di Giovanni Battista Costantini.