Quegli artisti musulmani che al Fuori Salone ironizzano sui pilastri dell'Islam

Al Superstudio Più in via Tortona la mostra Islamopolitan: è la prima volta che la religione musulmana si confronta con il mondo del design occidentale

Inaugurata ieri al Superstudio Più in via Tortona la mostra Islamopolitan: è la prima volta in Europa che la religione musulmana si confronta con il mondo del design occidentale e decide di farlo al Fuori Salone. Un progetto coraggioso che propone una conversazione innovativa tra l’Islam e la tecnologia. Curata da Khalid Shafar e Giuseppe Moscatello, l’esibizione è cominciata con due giorni di ritardo rispetto al programma, in quanto molte installazioni non sono riuscite ad arrivare a Milano. I problemi, principalmente legati alle dogane, non hanno permesso per esempio a una designer palestinese di poter raggiungere l’Italia.

D’altronde, per stessa ammissione dei curatori, si tratta di una mostra molto ambiziosa, specialmente in un periodo come questo, in cui l’Isis ha monopolizzato l’attenzione mediatica. L’obiettivo quindi diventa quello di incoraggiare una visione diversa dell’Islam, che favorisca un incontro con il mondo cosmopolita e possa aprire la mente. I venti artisti presenti, quasi tutti provenienti dalle zone del Golfo, interpretano infatti in chiave ironica, e talvolta provocatoria, i pilastri della propria fede. Il primo esempio è quello di Ammar Al Attar, che fotografa la stanza della preghiera di una compagnia aerea saudita, per criticare l’ostentazione di chi pretende di rivolgersi a La Mecca quando si trova in volo, anche se ciò è impossibile a causa dei continui spostamenti dovuti al vento.

Opera più provocatoria quella che rappresenta una serie di mani bioniche appese ad una parete. L’Antico Testamento puniva i ladri con il taglio della mano. La risposta dei tre autori, Amer Aldour, Amal Haliq e Jozef Hendricks è la seguente: la punizione è inefficace perché la tecnologia permette di sostituire l’arto mancante e il mio pensiero rimane integro. Ad interpretare il rapporto tra sacro e profano è invece Saddek Wassil, che recupera finestre di legno di un’antica moschea, assemblandole con pezzi di acciaio e ferro, considerati materiali blasfemi nel mondo musulmano.

Un altro incontro, questa volta tra la moda occidentale e i riti islamici, lo realizza Azra Aksamija: all’interno dei pantaloni un rivestimento che all’occorrenza diventa telo per la preghiera. La donna può quindi essere moderna pur rispettando i principi della propria religione. Fiore all’occhiello dell’intera mostra l’opera di Soner Ozenk, un designer che ha esposto anche al MoMA di New York. Una vera e propria fusione tra la tecnologia e il secondo pilastro dell’Islam, la Salat, ovvero la preghiera quotidiana. Un tappeto dotato di GPS che, posizionato a terra, si indirizza verso La Mecca e si illumina quando è nella giusta direzione. Per facilitare ancora di più il moderno fedele, sono presenti le indicazioni per dove appoggiare mani e piedi. Tutti questi artisti, pur conservando il rispetto verso il proprio credo, hanno dunque tentato di rinnovare il rapporto tra la divinità e il design. L’interpretazione del termine Islamopolitan (Islam+Cosmopolitan) ha dato vita ad una riuscita fusione tra la cultura locale e il mondo globalizzato. Un nuovo modo per conoscere una delle religioni monoteiste più antiche. Una sfida che non terminerà al Fuori Salone ma attraverserà l’Europa: prossima tappa l’Olanda.

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Ritratto di Dreamer_66

Dreamer_66

Sab, 18/04/2015 - 13:29

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