Quei giochi e arredi disegnati per i bambini

Viaggio tra le creazioni dedicate ai ragazzi: pupazzi, modellini e cavalli a dondolo

Cento anni fa, o giù di lì, il design scoprì l'infanzia, e fu amore a prima vista. Correva l'anno 1914, e nelle scuole rurali dell'Agro romano il progettista Alessandro Marcucci, vocazione educatore, affascinato dalla lezione pedagogica dell'amica Montessori, diede vita a qualcosa che allora suonò rivoluzionario: udite udite, le seggiole staccate dal banco! Già, perché prima, quando il bambino era considerato ad andar bene un adulto in miniatura o, nel peggiore dei casi, uno scalmanato discolo da contenere, sedute e banco facevano pezzo unico, combinazione che più antiergonomica non si poteva. Il viaggio ideale del Triennale Design Museum, giunto alla sua decima edizione (o «interpretazione», per tenere fede alla dicitura originaria), parte dalle campagne laziali alla vigilia della Grande Guerra. Il nome della mostra, al Palazzo dell'Arte fino al 18 febbraio 2018, è «Giro Giro Tondo. Design for children».

Un'Ouverture e sei atti (Arredi, Giochi, Architetture, Segni, Animazioni e Strumenti) per scoprire come i maestri hanno rivisitato le esigenze dell'infanzia, reinterpretando oggetti iconici: pupazzi, dalle leggendarie bambole Lenci ai cagnolini Puppy di Magis; camerette, come il lettino «Cloud Bed» di Lago, che pare sospeso in cielo; modellini (macchinine, strumenti e ogni tipo di animale); moderni cavalli a dondolo (i Kartell Kids); o tipici oggetti per adulti in versione baby, come suppellettili (Dinner, set ideato da Naoto Fukasawa), complementi da cucina (le mini-cucine componibili Cookie), sedie (la geniale K1340 di Zanuso-Sapper, ma anche Lazy basketball di Campeggi, con schienale a forma di canestro) e poltrone: due esempi sono Baby Vanity Fair, minirepliche della storica Frau, e UpJ, versione ridotta della seduta di Gaetano Pesce. Risultato: una celebrazione del valore educativo del progetto. «Un museo tra progetto e gioco - lo definisce l'ideatrice Silvana Annicchiarico -. La centralità del bambino non è una novità nella storia della Triennale: già nel 1959, anno della Carta Onu dei Diritti del bambino, nasce proprio qui il primo «Salone del Bambino», e il teatro dell'Arte fu trasformato nel circo del Paese dei Balocchi».

Al di là dell'eco della celebre filastrocca, la scelta del nome è un duplice omaggio: a Stefano Giovannoni, che ha progettato l'allestimento, di marcata matrice pop, e che nel 1989 fu artefice, con Guido Venturini, della premiata collezione «Girotondo» di Alessi, con piatti e contenitori in acciaio decorati con omini stilizzati; e, tornando più indietro nel tempo, alla rivista «Giro Giro Tondo», fondata nel 1921 da Antonio Beltramelli e Bruno Angioletta ed edita da Mondadori. Ma si gioca anche sull'antitesi: nel logo infatti c'è un'allusione al personaggio «Quadratino» del fumettista Antonio Rubino, che fa la parte dell'intruso in cerca della... «quadratura del cerchio». Ironia e leggerezza sono due costanti del percorso, che comprende anche focus su figure di spicco del design come Bruno Munari e Riccardo Dalisi. Deliziosa la sezione su Pinocchio, simbolo della conquista di un'infanzia «normale».