Quei nuovi artisti alla corte della Sarfatti

Un ritratto avvincente della madrina dei salotti milanesi

Boccioni, con la sua intelligenza vivace e controcorrente aveva fatto breccia anche nel cuore di Margherita Sarfatti. I due si conoscono nel 1909, quando Carrà mette in contatto Boccioni con i giovani diplomati di Brera che frequentano il Caffè Cova: Margherita Sarfatti è la regina dei salotti meneghini, donna coltissima e raffinata, da tutti blandita. Ora un'ampia monografia a firma di Rachele Ferrario racconta la complessa vita di questa donna che fu giornalista, scrittrice e critica d'arte, ma che pagò la colpa di essere stata a lungo l'amante di Mussolini. «Margherita Sarfatti. La regina dell'arte nell'Italia fascista» (edito da Mondadori) dimostra come Margherita, discendente da una ricca famiglia ebrea di Venezia, fu una delle donne più fuori dagli schemi del Novecento. Si deve alla sua personalità non comune, capace di discettare con Guglielmo Marconi come con la regina Elena, la creazione a Milano di uno dei laboratori artistici più interessanti del primo Novecento: è alla sua corte che si radunano personalità quali Marinetti, Carrà, Russolo e lo stesso Boccioni. «Madrina» del Futurismo e protettrice di molti artisti, è grazie alla sua infinita rete di conoscenze se anche una poetessa defilata come la lodigiana Ada Negri riesce a trovare visibilità. Tutto cambia nella vita di Margherita Sarfatti quando incrocia l'ambizioso Benito: l'amicizia tra i due diventa presto una relazione amorosa (che fa ingelosire Donna Rachele) che a sua volta si trasforma in sostegno reciproco. Il Duce sfrutta le conoscenze, anche internazionali, della Sarfatti e lei in cambio chiede al politico in ascesa di essere accreditata quale musa del contemporaneo gusto italiano. Nel '22 Sarfatti fonda il cosiddetto Gruppo del Novecento, con Mario Sironi e Achille Funi tra i nomi più in vista esposti alla galleria Pesaro. Malgrado l'a adesione al Fascismo, i rapporti tra la Sarfatti e il Duce si deteriorano a metà degli anni Trenta, dopo la svolta autoritaria del regime e le conseguenti leggi razziali che spingono la donna a emigrare in Sudamerica e a tornare in Italia solo nel '47. Dopo la morte del figlio Roberto, caduto a soli 17 anni sul fronte della Prima Guerra Mondiale cui si era arruolato volontario, l'essere relegata ai margini della vita sociale dell'epoca fu ciò che più la addolorò. La vestale dell'arte del primo '900 morì infatti nel 61, quasi dimenticata, nella sua villa di Cavallasca, vicino a Como. FAm