Quell'oasi di preghiera a due passi dalla movida

Vicino a Porta Ticinese c'è il monastero dell'Ordine della Visitazione. Le suore rimaste sono solo nove, «Tra di noi anche una divorziata»  

C'è anche una divorziata entrata in monastero a più di 50 anni tra le donne che trascorrono la loro vita in preghiera dietro le antiche mura di via Santa Sofia. «La nostra regola ha nel suo cuore la dolcezza, per poter accogliere persone di qualsiasi età e condizione» dice suor Maria Silvia Bossi, madre superiora nel monastero di Santa Maria della Visitazione. Sussurra: «Se la vocazione è vera, accogliamo donne giovani come quelle più avanti negli anni, le vedove o coloro che hanno un matrimonio interrotto alle spalle».

Per tutti li stati di persone, si legge nelle regole dell'Ordine. Secondo lo spirito del fondatore, San Francesco di Sales, e della fondatrice, santa Giovanna di Chantal. Così bussano alla porta anche signore negli «anta» e che mal si abituerebbero a rigori eccessivi. «Invece che allo staffile, a levate notturne e digiuni pesanti, Francesco ci invita a compiere sacrifici spirituali, come rinunciare a qualcosa che piace di più per aiutare una sorella che ha bisogno» racconta la madre. «Da noi sono bandite le regole austere che sono in vigore in altri istituti».

In principio, l'Ordine della Visitazione non era di clausura. Le suore uscivano per visitare i malati e poi tornavano per pregare, prima di tutto il Magnificat, il canto con cui la Madonna si rivolge alla sua incinta, attempata cugina Elisabetta, quando va a trovarla subito dopo aver ricevuto dall'Angelo l'annuncio della nascita di Gesù. È questa visita di Maria a Elisabetta il cuore spirituale delle visitandine, anche se ora la visita avviene nella preghiera e nel sacrificio della clausura.

La baronessa Giovanna Francesca di Chantal, fondatrice nel 1610 dell'Ordine in Francia, era moglie e madre di 6 figli. Era vedova colta e benestante, vissuta per 38 anni nel frastuono del mondo, quando diventò la pietra angolare delle Visitandine. La vocazione arrivò nella piena maturità, anzi oltre, se si considera che i quarant'anni di oggi non sono certo quelli di allora.

In pieni anni Sessanta, quando nel 1964 è entrata in monastero, anche madre Maria Silvia di anni ne aveva trentaquattro e lavorava come impiegata e stenografa in una ditta che produceva alimenti per diabetici: «Avevo sentito il desiderio del monastero sin da ragazzina ma mia madre mi aveva spiegato che le condizioni familiari non lo permettevano. Ho aiutato i genitori e i miei fratelli finché è stato necessario, poi ho potuto entrare qui. Da allora sono passati quarantanove anni».

Ma come si fa a capire se il desiderio è anche una vocazione? «Le giovani che hanno questo sentore possono fare un ritiro insieme con noi, di qualche giorno o una settimana, per discernere se questa può essere la loro vita. Serve una lettera di presentazione da parte di un sacerdote, alcuni incontri in parlatorio, una conoscenza che aiuta a vedere se esiste il fondamento della vocazione».

Una vita dietro le grate trascorsa a tu per tu con il Signore e con le sorelle. Molta preghiera. E molto lavoro, che un tempo era esterno. Quando Santa Sofia era periferia, le monache coltivavano la terra lì attorno e vendevano i prodotti dei campi. Poi sono passate alla tessitura. Oggi sono soprattutto lavori di casa, lavare, cucinare, pulire, rassettare, perché il monastero è grande e le sorelle sono poche. Sono rimaste in nove, più una novizia che si occupa di tutti i lavori esterni alla clausura. C'è anche un giardiniere, Abele, originario dell'Egitto, che ha naturalmente uno speciale permesso per entrare e si prende cura dell'orto, che ancora dà i suoi frutti.

Non entrano solo sante già fatte e finite. Tutt'altro. «La vocazione può arrivare anche a persone che vivono facendo molti peccati. Ma per questo c'è la Confessione. L'importante è pentirsi e non farli più» rassicura con dolcezza la madre. Tra queste mura, a differenza di quel che accade in altri ordini, arrivano anche persone malate. L'archivista del convento, poliomielitica, è stata accolta a quarant'anni e adesso è l'indispensabile custode delle preziose carte raccolte in trecento anni di storia milanese. Sia chiaro, non è un ricovero. È un luogo in cui la vita può nascere a quarant'anni.