«Ragazzi, dovete scappare dall'Italia»

«Ragazzi, andate via dall'Italia». È un consiglio un po' impopolare ma accorato quello che Nicolas Bargi, ideatore dei piumini «Save the duck», dà ai giovani imprenditori. «Non lo dico per le tasse o per i costi alti ma perché qui le banche non finanziano le idee, nessuno dà credito a un buon business plan, ammazzano i progetti e tengono gli imprenditori con la testa bassa».

Lui, 45 anni, tra i primi a produrre in Cina, fa parte di quelli che ce l'hanno fatta. Ha rischiato di chiudere, ha tenuto duro, ha rilanciato. Ed ora si è preso la sua rivincita: dai conti in rosso a un bilancio in attivo per 20 milioni. «Negli anni scorsi sono passato dalle stelle alle stalle - racconta - A un certo punto credevo di non poter nemmeno più pagare l'iscrizione a scuola per i miei figli. Non riuscivo più a sostenere il tenore di vita che fino a quel momento avevo dato alla mia famiglia. Ma non ho mollato». E soprattutto non ha licenziato nessuno dei suoi dipendenti. «Certo - ammette - non sono riuscito a rinnovare certi contratti in scadenza di alcuni dirigenti, ma ho cercato di mantenere intatti i posti di lavoro anche se non è stato facile». La squadra lo ha salvato.

Fino al 2009 è stato un inanellamento di successi, di brand vincenti, soprattutto con i piumini «ripieni» di ovatta: modelli alla moda e venduti a un prezzo accessibile, ecologici e «democratici». Poi la débacle, di colpo. «Con la crisi - racconta Bargi - abbiamo avuto grosse perdite sui crediti. Inoltre un problema con un fornitore ci ha fatto perdere parecchi clienti. Le banche, le stesse con cui lavorava anche mio padre, ci hanno chiuso di colpo i rubinetti anche se ci conoscevano da 40 anni. Per due anni abbiamo lavorato in perdita».

Come ce l'ha fatta? «Non certo per l'aiuto delle banche, per loro puoi crepare. Mi sono rivolto ai privati». Bargi ha stretto un'alleanza con Altana, azienda di Marina Salamon e Barbara Donadon leader dell'abbigliamento luxury da bambino, entrata al 51% in «Save the Duck» per supportarla a livello logistico, finanziario e organizzativo. Da questa esperienza arriva il consiglio dell'imprenditore a chi, in periodo di crisi, non ha chiuso i battenti ma tentenna: «Rivolgetevi ai privati, ai fondi. Se pensate che la vostra idea possa essere vincente, lottate finché avrete fiato».

Anche perché quella che tutti chiamano «crisi», per l'imprenditore pisano, milanese d'adozione, è semplicemente una «rivoluzione dei consumi». Parlando della moda e dell'abbigliamento, Bargi sostiene che oggi la gente «compri in modo diverso rispetto al passato. C'è stato un appiattimento dei prezzi, con nuovi brand che hanno rivoluzionato abitudini e costi. Sta cambiando tutto. Nel tessile c'è troppa offerta rispetto alle necessità. La Russia, che stracomprava da noi, ha fermato tutto. Il Giappone, che ha sempre privilegiato il Made in Italy, ora è in crisi. Dobbiamo imparare a fare gli imprenditori in un nuovo contesto». E soprattutto bisogna guardare oltre confine. Bargi lo fa da sempre: fin dal 1994, quando prendeva 65 aerei all'anno pur di tenere rapporti con la Cina e quando setacciava in lungo e in largo la fiera di Canton («Una specie di Pitti in versione cinese») pur di trovare i sarti e i produttori giusti.

Lui, ideatore di brand come Bull&Bear, Blackwitch, Ganesh e, ultimo nato, Save the duck, si è sempre imposto di essere elastico e di seguire il mercato. Ed è riuscito, con i suoi piumini salva-oche, a portare a casa le penne, sue e della sua azienda.