Ramadan e Pd? Non è un caso Ecco gli «incroci» con l'islam

La sede di partito usata per la preghiera di mille fedeli è solo l'ultimo episodio di un rapporto non occasionale

Che il Ramadan di Lodi venga celebrato nella sede del Pd non deve sorprendere. Certo, risulta paradossale che uomini e donne preghino, separati, proprio nella sede del partito che è il principale erede della storia politica della sinistra italiana, con tutto il suo indotto storico di femminismo e laicità (almeno, quando si tratta di Chiesa e cattolici).

È paradossale sì ma non inedito, se è vero, per esempio, che a fine febbraio, praticamente alla vigilia delle ultime elezioni politiche e regionali, la moschea di Segrate ha ospitato un incontro con il segretario del Pd di Milano Pietro Bussolati e con la consigliera Sumaya Abdel Qader. Decine di fedeli ad ascoltarli e anche lì uomini da una parte e donne dall'altra. A introdurre i due illustri ospiti il leader storico del centro islamico Abu Shwaima. Pochi giorni dopo, per chi non avesse ancora chiaro il messaggio, la stessa moschea di Milano-Segrate nel suo bollettino firmava un appello al voto in piena regola, rivolgendosi a «musulmani, familiari e amici» e avvertendoli che «hanno un interesse fondamentale» a votare per i partiti favorevoli allo ius soli. Pochi dubbi c'erano sul beneficiario di quell'appello. E pochi ce ne sono adesso che molti dei musulmani simpatizzanti del Movimento 5 Stelle sono stati delusi dall'accordo fra «grillini» e Lega, tanto che qualcuno si è addirittura «dis-iscritto» dal Movimento.

Incroci politici a Milano fra il Pd e l'islam - o una sua parte dell'islam - sono numerosi. Nel 2015, per esempio, nella «moschea» di cascina Gobba si teneva un'iniziativa promossa dal coordinamento dei centri islamici milanesi e dal Pd. Tanto numerosi sono, questi incroci, da far pensare a un rapporto consolidato fra Pd e islam. Un rapporto «non occasionale» recitava il titolo di un dossier dettagliatissimo presentato ormai un anno e mezzo fa dal consigliere popolare Matteo Forte e dalla ex dirigente del Pd Maryan Ismail, che nel frattempo era uscita dal partito con una lettera che addebitava al partito una linea sciagurata («Il Pd milanese - scriveva - ha scelto la parte minoritaria, ortodossa e oscurantista dell'islam»). Era appena finita la battaglia delle Comunali, con l'elezione in Consiglio di Sumaya Abdel Qader, ex dirigente del coordinamento dei centri islamici candidata dal Pd col sostegno della sinistra interna.

Neanche un anno dopo, ecco il dossier presentato da Forte e Ismail a Palazzo Marino. Dentro, il caso di un altro (aspirante) candidato, Sam Aly, che era stato fotografato con un imam antisemita al quale il Viminale ha negato l'ingresso nel nostro Paese (e che aveva trovato un difensore proprio nel Coordinamento dei centri islamici).

Ma, nel lavoro di ricostruzione di Forte e Ismail, tutto giocato in termini politici, nella sede politica per eccellenza - Palazzo Marino - veniva citata anche l'esperienza dell'associazione «Segnali», che annoverava nel suo «board» il segretario dem oltre a esponenti musulmani di area Ucooi. Il Pd reagì con una querela, che poi fu ritirata, è vero, ma dopo il deposito delle motivazioni con cui la pm dava ragione a Forte e Ismail, decretando l'archiviazione e stabilendo che le notizie da loro fornite erano «veritiere» o quanto meno tratte da fonte affidabili. Comunque, come ha spiegato il procuratore, era «pacifico» che vi fosse l'interesse dei cittadini a «conoscere i rapporti che il partito di maggioranza relativa che governa il Comune intrattiene con alcune associazioni».