«Recitare a Milano è come tornare sui banchi di scuola»

L'attore al Parenti con l'opera di Starnone «Gli studenti sono il futuro della società»

Mai momento poteva essere più azzeccato. Manco a farlo apposta, proprio mentre parte la riforma Renzi-Giannini, che promette una «buona scuola» moderna, digitale e meritocratica (staremo a vedere), Silvio Orlando, alias prof Cozzolino, arriva al Parenti con la «sua» Scuola, dalla penna di Domenico Starnone, regia di Daniele Luchetti (da domani al 15). Una rilettura a più di 20 anni di distanza da Sottobanco, prima versione dello spettacolo che nel '95 divenne anche un film-cult.

Ultimo giorno in IV D...

«I prof sono in palestra per gli scrutini. E il problema è sempre lo stesso: che fare dell'ultimo della classe?»

E alla fine?

«Ne esce un ritratto della scuola che fa ridere e pensare. Si scontrano due visioni: scuola selettiva o accogliente?»

Lei è il prof che vorrebbe tutti promossi, anche chi fa scena muta.

«Sì, ma alla fine Cardini, che io difendo, viene respinto. Ogni bocciatura è un insuccesso di tutti, io credo nella scuola di don Milani, luogo di formazione, incontro, opportunità. Il ruolo dell'insegnante è delicato, è un mestiere di ascolto».

«La scuola» è fra i rari casi in cui un successo teatrale è diventato film.

«Quando presentammo Sottobanco, nel '92, fummo travolti dal successo, lo spettacolo ci fu letteralmente scippato dal pubblico, eravamo sommersi dalle risate. Avevamo colmato un vuoto. Anche perché Starnone racconta cose vissute».

Perché riportarlo a teatro?

«Ormai è un piccolo classico moderno. È bello anche ritrovare la squadra di allora. È cambiata la scuola, e anche noi. Lo spettacolo è uguale, fa della semplicità la propria forza, anche se un velo di malinconia è sceso».

L'argomento è ancora di grande attualità.

«Non può non esserlo nella vita di una nazione. La scuola non è una variabile indipendente dalla società. Di norma non vi accadono tragedie, ma si preparano le tragedie future».

C'è una “buona scuola” e una “cattiva scuola”?

«Lascio rispondere a chi ne sa più di me. Per anni mi chiamarono a parlare di scuola come se fossi uno specialista. Mi trovai perfino a un convegno della Treccani con l'ex ministro Berlinguer e la Montalcini!»

Ha avuto un «prof» ideale?

«Ricordo un prof di lettere, un sacerdote che gestiva un cineforum nel mio quartiere, a Napoli. Mi ha aperto la mente».

Il suo personaggio, nel film prof Vivaldi, torna a chiamarsi Cozzolino.

«Il nome nacque proprio qui, all'Elfo, nel 1985. Facemmo Comedians di Griffiths con Rossi, Bisio, Catania, Sarti, regia di Salvatores, testi di Gino e Michele. Nasceva una nuova scuola di cabarettisti, e iniziava la parte più brillante della mia carriera. Devo molto a Milano».

Ultimamente la vediamo sempre più spesso a teatro.

«Il cinema è più glamour, ma quando faccio teatro non ho bisogno di altro».

È sempre buono il rapporto col pubblico milanese?

«Ho appena fatto un Mercante di Venezia al Piccolo, 900 persone a serata. Il pubblico qui è competente, la città ha dato identità ai teatri, premia la qualità. Se Roma è in crisi, Milano sta al passo con le principali piazze europee».