Una «rete» metropolitana tra gli istituti per scambiare le esperienze positive

«Non bisogna inseguire nessuna operazione di marketing». Ne è convinto Roberto Proietto, preside del liceo classico Beccaria. Il calo, dice, «è fisiologico perché è un tipo di scuola legato a un numero ristretto di studenti». Quello che «pesa» secondo lui è la «distorta ricerca della spendibilità immediata». Invece questa scuola si propone «di formare la persona e non tanto o non solo il candidato all'università». Qualcosa per lui è già stato rivisto. Più di tanto non può essere fatto. «Adesso c'è maggiore equilibrio nel curriculum. È stata allargata l'area scientifica. In due sezioni sono state incrementate le ore di matematica a scapito del latino». L'inglese prosegue fino all'ultimo anno, con tre ore alla settimana, proprio come allo scientifico. Tante quante il greco (in alcuni anni), filosofia o storia. Ritocchi. Eppure anche al Beccaria c'è un'insegnante che ha cercato di dare un tocco diverso al latino. Viene studiato come fosse una lingua moderna, più parlato e senza vocabolario. Un sistema utilizzato anche al Manzoni e diffuso in Germania. Al Carducci, l'unico che ha guadagnato studenti, il preside arrivato quest'anno Michele Monopoli, pensa che si «dovrebbero trovare altre modalità per dimostrare che il classico si sta muovendo verso un certo rinnovamento». Il Carducci ha inserito (per ora in corsi pomeridiani) un percorso di formazione di materie giuridico/economiche. «Sono conferenze che permettono ai ragazzi di riflettere sull'attualità, dalla crisi economica al ruolo dell'Europa nella scacchiera internazionale alla globalizzazione. È una volontà di apertura che non vuole limare la vocazione classica e rigorosa di questo corso di studi ma innovare e arrivare più vicino al sentire dei giovani di oggi». Anche passando dalle lavagne interattive o dal registro elettronico. Al Leone XIII per attirare iscrizioni, hanno lanciato il tablet. Ma al di là delle tecnologia anche secondo Monopoli una «rete» di licei classici metropolitana «che possa mettere in comune le esperienze positive e dare una diversa percezione della scuola sarebbe importante». Perché è vero, come aveva puntualizzato il preside del Berchet Innocente Pessina che il greco non si studia «per andare in Grecia ma per imparare a usare la testa», ma è anche vero che il «come» nell'era 2.0 acquista un suo valore. Al San Carlo ad esempio al ginnasio le opere classiche si recitano e in inglese. Oppure vengono promossi gruppi di confronto con i ragazzi attualizzando il «metodo socratico». Cambiare il punto di vista senza perdere d'occhio l'obiettivo. «Non credo che il Classico non possa o non debba fare niente per proiettarsi verso il futuro - commenta il preside Osvaldo Songini - Aprendosi al mondo anglosassone per dare la possibilità ai ragazzi di padroneggiare la lingua e migliorando la proposta scientifica, ad esempio inserendo un po' di analisi matematica all'ultimo anno». Modalità nuove per un sapere antico. «Consolidare l'insegnamento scientifico significa dare conoscenze importanti in una società come la nostra ad alto sviluppo tecnologico - spiega - Le grosse questioni dell'umanità dalla distribuzione della ricchezza allo sviluppo demografico, dalla bioetica al Dna, al clima sono tutti crocevia che non si può pensare di gestire solo con conoscenze scientifiche. Sarebbe una prospettiva miope e limitante. Una lettura etico-umanistica è necessaria per non essere solo dei “tecnici“ di fronte a questi importanti quesiti». Perché la domanda alla quale siamo chiamati a rispondere, in fondo sta tutta qui: quale società vogliamo costruire?