Rho-Pero da Agip a Expo: parabola di una raffineria

Lo stabilimento dove si trattava il petrolio chiude a fine secolo Da Supercortemaggiore a Eni, poi la bonifica e oggi la Fiera

Ha abbaiato per oltre quarant'anni. Laggiù, nella pianura, viveva un cane dalle fattezze mostruose. Sei zampe e una bocca sempre aperta. Emetteva latrati di fuoco. Si chiamava Tarantasio, dice la leggenda. E nacque per scherzo. Uno schizzo su un ritaglio di carta. Un gioco. Poi prese vita.

L'odore del petrolio non assomiglia al profumo dei dollari. Coglie alla gola. Smorza il respiro. E se i verdoni sono lo sterco del demonio, la scia del fetore non si avverte. Si avvertivano invece i tossici miasmi dei veleni che quel drago sputava nell'etere. A lato passava una strada. La Milano-laghi lambiva la metropoli. E Pero le stava addosso. Come Rho. Sotto un cielo fosco anche col sole. Grigio fumo di Mosca. Ciminiere sovietiche innaffiavano l'aria. Inquinamento da idrocarburi.

L'Autolaghi ha un'anima doppia - la A8 e la A9 - ma fu la prima nata nell'intera rete. Era il '24, archeologia a quattro ruote. Due corsie sembravano un lusso perché in tutta Italia circolavano 84mila automobili. E non erano bolidi. A progettarla fu un conte, Piero Puricelli, un «ariete» austero e severo, che nella sua non lunghissima vita avrebbe riempito i muri di casa di titoli e pergamene. Tramontò con la caduta del fascismo e se ne andò di lì a poco. Eppure aveva intuito che, di macchine, si sarebbe riempito il Paese. E progettò autostrade.

La sua prima creatura passò da lì. Ed ebbe ragione. Le carreggiate si affollarono di veicoli, strada facendo. Prima fu il boom economico. Poi la crescita. Infine l'edonismo reaganiano. Anni Ottanta allo zafferano. E, sotto le torri della raffineria Agip, s'intasarono tutti. Quei comignoli vomitavano chimica assassina e il rifugio stava dietro un finestrino chiuso. Nell'auto che sfreccia veloce. Lontano dai fumi di quell'inferno. O talvolta in colonna. I pochi pionieri con l'aria condizionata chiudevano il ricircolo dell'aria nell'abitacolo. I bambini piagnucolavano per quell'odore acre che bloccava il fiato. E si turavano il naso con le manine. Per la terza corsia si dovette attendere la fine degli anni Novanta. Quando non serviva più. Almeno per lo smog. Perché gli idrocarburi, da Rho e Pero, erano ormai spariti. Dopo decenni di code nei fine settimana milanesi in riva al Benaco o al Lario. Varesini a Milano. E comaschi in trasferta.

Al crepuscolo del millennio, il cane a sei zampe fu sguinzagliato. Era lì dal '52, quando Mattei reclutò Gio Ponti e gli affidò una giuria per scegliere il nuovo logo dell'Agip. Era una sera qualsiasi, quella in cui nacque il drago. Il Broggini, scultore varesino con il debole per la pittura e il pallino dell'impressionismo e di Degas, si lasciò sedurre. Rivoltò la tovaglia di carta nella trattoria di Brera dove stava cenando e disegnò un drago con una lingua di fuoco. Via Fiori Chiari era il cuore pulsante dell'arte. Il Luigi era di casa fin dagli anni Trenta. Quando pranzava con Manzù. E con Lucio Fontana. Prima dei tagli. E dello spazialismo.

Abbozzarlo e pentirsi fu tutt'uno. Broggini accartocciò il disegno e chiese a un ex allievo di prestare il nome a quella bestia. Allora, Giuseppe Guzzi disegnava pubblicità per l'Olivetti. Un artista che si piega alla cartellonistica era una bestemmia. Ma non ci sarebbe stato nulla di male se, a farlo, fosse stato invece un pubblicitario vero. E così fu. Lo scultore non ammise mai quella che considerava «una sua debolezza». Fu il figlio, anni dopo, a spifferare tutto. E Guzzi firmò il cane.

Quando Mattei lo vide, pare non aver avuto dubbi. «È questo. Basta. Non si discute». Poi ci ripensò. Quell'animale lo guardava aggressivo. Guzzi gli rigirò la testa all'indietro e s'intascò i dieci milioni. Il drago, felice, cominciò a sputare lingue di fuoco. Giorno e notte. Senza avere le zampe ammollo nell'oro nero, perché i giacimenti erano altrove. Caviaga, nel Lodigiano. E Cortemaggiore, nel Piacentino. Il paese diede il nome a quel carburante che ancora non si chiamava Agip. Supercortemaggiore, «la potente benzina italiana», visse poco più di vent'anni e nel '53 costava 116 lire quando un operaio ne guadagnava 30mila al mese. Eppure a Dario Fo, sarto maldestro e derubato, ne bastò un solo litro per acciuffare «I gangster» in fuga. A Carosello. Nel '58 il nuovo siparietto non modificava le virtù della rossa a 98 ottani. E Gabriele Ferzetti insegnò a guidare a Franca Valeri senza restare a secco.

Con il boom, il prezzo scese a 110 lire ma ormai Cipputi se ne metteva in tasca 47mila. La pacchia non durò e vennero periodi bui. La crisi del greggio fece salire il pieno alle stelle. Un litro era triplicato e costava 305 lire, quando lo stipendio in fabbrica era di 154mila. Ma, allora, la Supercortemaggiore era già in pensione. Il drago a sei zampe era diventato il simbolo di Agip, poi di Eni a un passo dal millennio. Era il '98 e, in ottobre, la verde aveva sfondato il tetto delle 1600 lire.

Il cane aveva il fiato corto, ormai. Le ciminiere ansimavano. Quarant'anni di vita - per un animale che li moltiplicava per sette - erano davvero tanti. Non c'è mai stata attività estrattiva a Pero, ma ogni anno quello stabilimento trattava tre milioni di tonnellate di petrolio. E ne ricavava benzina a fiumi che gli oleodotti portavano alle aree di servizio. La fase post-industriale tuttavia era già decollata. MIlano aveva visto addii. Se n'era andata la siderurgia targata Falck. Si erano rotte le porcellane Ginori. Si era bloccata l'Ansaldo. E le turbine idrauliche Riva Calzoni. L'Alfa traslocò a Torino.

Anche la raffineria aveva i giorni contati. A secolo concluso - tra ottobre e novembre 1999 - ciminiere alte 50 metri con un diametro di cinque crollarono al suolo. Sette chili di nitroglicerina posero fine a quarant'anni di aria impregnata di chimica tossica. Ma i veleni c'erano ancora. La terra li aveva imbevuti. Troppe spruzzate di greggio incontrollato avevano innaffiato i campi. La falda si era ammalata e - per curarla - la bonifica richiese anni. Ce ne vollero ben tre per ripulirla. Mentre la città reclamava quell'area grande cento volte piazza Duomo. Doveva costruirvi la nuova Fiera. E Massimiliano Fuksas, medico romano figlio di un lituano di origini ebree e di un'italiana cattolica di famiglia franco-austriaca avrebbe dovuto realizzarla.

Nell'ottobre 2001 la Fondazione Fiera firmò il compromesso per l'acquisto, l'anno dopo venne posata la prima pietra. Fuksas fu puntualissimo. E nel 2005 il «polo esterno» fu inaugurato. In anticipo. Poi tra Rho e Pero venne pure Expo. La vela del commercio aveva allontanato per sempre quel cane col viziaccio di sputare fuoco. In autostrada.

Tarantasio è il nome di un drago leggendario che la tradizione vuole abbia abitato il lago Gerundo nel Lodigiano dove divorava bambini, fracassava barche e ammorbava l'aria con il suo fiato pestilenziale. Secondo dicerie popolari il cane a sei zampe, simbolo di Agip e oggi di Eni, sarebbe ispirato a quel mostro, perché quando fu scoperto il metano, proprio in quelle zone, il drago - un tempo guardiano delle paludi - sarebbe riapparso sotto forma di gas.

Commenti

Gibulca

Gio, 14/05/2015 - 09:23

Veramente il Benaco è il Lago di Garda, che non c'entra nulla con questo articolo. Forse volevate scriere il Verbano (ossia il Lago Maggiore), che si raggiunge dalla citata A8-A9