Il rum dopo le palme E Milano si scopre caraibica per un giorno

Domani all'hotel Marriott il Rum Festival con cocktail, degustazioni e seminari

Avremmo dovuto capirlo quando le Colonne di San Lorenzo cominciarono a popolarsi di rasta i corsi di salsa e merengue ad andare esauriti. Il sospetto doveva coglierci quando a Palazzo Marino fu eletto il lider maximo Pisapia e la scighera sparì per far posto a inverni tropicali. Ma ci è stato finalmente tutto chiaro quando davanti al Duomo sono spuntate le palme. Milano sta traslocando ai Caraibi. Certo, a 7.200 km di distanza, pochi posti al mondo sono meno caraibici di Milano. Eppure a ben vedere mancano solo due cose: il mare e il rum.

Se per il mare occorrerà annettere la Liguria, per il rum ci hanno invece pensato Giuseppe Gervasio Dolci e Andrea Giannone, l'alcolico duo già inventore del Whisky Festival e del White Spirits Festival. Così, in ossequio ai palmizi della discordia, i due hanno pensato di inaugurare un nuovo filone, quello dei distillati di canna da zucchero, lanciando la prima edizione del Rum Festival and Show.

L'appuntamento è per domani dalle 15 alle 24; il luogo l'Hotel Marriott di via Washington e la formula non cambiano. Si entra pagando 5 euro per bicchiere e portabicchiere, poi ci si addentra tra centinaia di etichette in degustazione dai 3 euro in su, e infine ci si perde sognanti tra banchi e barman come bambini a Gardaland. Perché al contrario del whisky, britannicamente ligio alle regole, quello del rum è un mondo avventuroso, dove ognuno fa un po' quel che gli pare. Rum bianco, dorato o scuro, nuovo o invecchiato; chi distilla puro succo di canna filtrato e fermentato e chi invece distilla melassa; alambicchi a colonna e pot-still; chi invecchia ai Tropici e chi porta i barili in Europa; ci sono stile inglese, francese e spagnolo; ci sono etichette che non dicono nulla, età di invecchiamento approssimative e nessuna regola. Insomma, «col rum serve fiducia spiegano gli organizzatori -, ma poi sa darti grandi soddisfazioni».

E chi cerca soddisfazioni domani si prenda un pomeriggio per farsi un giro al Festival. Oltre al luna park di assaggi, si rischia pure di imparare qualcosa con due seminari pronti a sfatare i molti miti del rum, a partire da quello che lo dipinge «alma de Cuba». Frottole, il rum è un'invenzione europea, figlia del colonialismo. Questo e molto altro sulla storia e l'origine del rum (a proposito, il nome verrà dall'inglese rumble, gorgogliare, oppure dal latino Saccharium officinarum, nome della canna da zucchero?) negli incontri con Leonardo Pinto di ShowRum e Marco Graziano del sito leviedelrum.it.

Da non perdere le masterclass su rum Abuelo, Plantation e sulle gemme Rum Nation di Rossi & Rossi, degustazioni guidate a numero chiuso. Perché chi se ne intende non ha dubbi: certi rum da meditazione la maggioranza degli ospiti del Festival valgono la nobiltà di un cognac o di un single malt. Basta farsi consigliare e capire i propri gusti, senza fermarsi ai marchi più industriali. Dolce e morbido? Diplomatico (magari lo sfarzoso Ambassador) dal Venezuela, Relicario e Matusalem dalla Repubblica Dominicana. Potenza e intensità? Concentratevi sui rum «inglesi», magari sui capolavori della contea di Demerara in Guyana, come l'Enmore o il Port Mourant. Se invece volete cimentarvi con i rhum agricole francesi (l'AOP della Martinica è l'unico con un disciplinare rigido), fini e complessi, buttatevi sui vintage Trois Rivieres e su certi Barbancourt, mirabili anche senza arrivare ai livelli da fantascienza della mitica bottiglia di rum 25 anni selezionato da Veronelli.

A bilanciare la seriosità degli assaggi «meditativi», ci saranno poi i cocktail del Casa Mia con la sua cachaça, dell White Tito Schipa con la sua miscelazione caraibica e del Barba, specializzato in frutta fresca. Che a ben vedere le palme in piazza Duomo non hanno ancora dato cocco né datteri. Nell'attesa, accontentiamoci del rum.