Sacerdoti dell'antifascismo e il 25 Aprile in ostaggio

La Liberazione «resta una ricorrenza controversa». Questa osservazione fatta da Marco Cianca sul «Diario del lavoro» mi ha fatto riflettere per la sua essenziale semplicità provocatoria. Credo si debba distinguere tra sentimento individuale e celebrazione collettiva «percepita». Il 25 aprile viene celebrato con varie iniziative, la più importante a Milano con un grande corteo che parte simbolicamente da Porta Venezia, non molto distante da Piazzale Loreto dove furono fucilati nel 1944 antifascisti incolpevoli come rappresaglia a un attentato contro militari tedeschi e che vide, come terribile atto finale di una tragedia nazionale, l'esposizione dei cadaveri del Duce, di Claretta Petacci e dei gerarchi appesi a un distributore di benzina. La liberazione che sul piano militare fu resa possibile dagli eserciti alleati, segnò il riscatto morale del Paese per merito della Resistenza che coinvolse civili e militari di vario orientamento politico: monarchici, anarchici, socialisti, azionisti, comunisti, liberali, forze di ispirazione cattolica e Brigata ebraica. Uno schieramento composito, unito dalla volontà di sconfiggere il nazifascismo. Diversi erano però i modelli con cui si intendeva costruire il futuro e l'unità antifascista finì con l'inizio della «guerra fredda» che fu anche difesa della libertà dei popoli, dopo il colpo di Stato di Praga del 25 febbraio 1948. La Resistenza fu sottovalutata dalla maggioranza della Dc, mentre a sinistra si affermava il concetto della «Resistenza tradita» oggetto di una rivisitazione di parte che comprendeva omissioni e «cancellazioni» di protagonisti sgraditi. Per un errore le forze politiche che governavano non difesero la Resistenza come valore comune fondante della Repubblica e la consegnarono all'opposizione. In particolare del Partito comunista. La liberazione, che doveva essere festa di tutti, divenne un patrimonio identitario di parte. Va da sé l'inevitabile presenza di un'opinione ostile a riconoscere il valore morale della Resistenza o a viverla come una sconfitta, ma questa non è certo l'opinione della gran parte degli italiani e rimane un pensiero fortemente minoritario cui va riconosciuta legittimità. La libertà di opinione è diritto universale, ma non deve tradursi in atti concreti che possano minacciare le libertà democratiche. Ma perché la Liberazione non è quello che dovrebbe essere, un giorno del ricordo ma anche festa che accomuna davvero tutti? Perché non la maggioranza, ma un numero significativo a cui sono consentiti atteggiamenti di intolleranza, vive e fa vivere il 25 aprile come una resa dei conti con un passato che in realtà riguarda il presente. L'idea del «fascismo eterno» che rivive continuamente è un ottimo strumento per chi costruisce le proprie identità politiche in chiave prevalentemente (quando non esclusivamente) ostile a qualcuno che viene individuato di volta in volta. Gruppi minoritari ma in grado di contestare talvolta violentemente coloro che vengono additati dai custodi dell'ortodossia della Resistenza come i «nuovi fascisti». Valga per tutti l'esempio delle indegne manifestazioni contro la Brigata Ebraica, sistematicamente insultata in piazza San Babila. Possibile che nessuno si renda conto dell'enormità del fatto che il giorno della liberazione il servizio d'ordine, sotto lo sguardo attento delle forze dell'ordine, debba proteggere chi, anche sotto le bandiere d'Israele, rappresenta le vittime dell'Olocausto? Non è ragionevole pensare che molti cittadini che si ritrovano perfettamente non solo nei valori dell'antifascismo ma, a buon diritto, anche in quelli dell'antitotalitarismo, non accettino di essere strumentalizzati da gruppi minoritari, pur tuttavia in grado di imporsi? La festa della liberazione deve essere una festa di libertà e di rispetto di tutte le opinioni. Ciò detto, il vicepremier Matteo Salvini commetterebbe un errore a non partecipare alla celebrazione della Resistenza perché ricopre un incarico istituzionale. E sarebbe inaccettabile se qualcuno volesse impedirgli di parlare. Quando la Lega entrò nel primo Governo Berlusconi, Bossi portò al 25 aprile militanti che sfilarono senza incidenti. I singoli cittadini hanno il diritto di osservare da lontano, ma una forza politica ha il dovere di essere presente, per fare della Liberazione patrimonio di tutti.