Scandali, tangenti e mafia: per Expo 6 anni senza pace

Nel 2008 Milano si è aggiudicata l'Esposizione Manager corrotti e malavita hanno fiutato l'affare

Quel giorno, alla fine di marzo di sei anni fa, l'evento fu salutato come «un chiaro successo per l'Italia». L'allora presidente del Consiglio Romano Prodi, idealmente a braccetto con l'ex sindaco Letizia Moratti, festeggiò la vittoria di Milano sulla turca Smirne. Il Bie - il Bureau international des exposition - aveva appena assegnato al capoluogo lombardo l'Expo. Da quello stesso giorno, con tutta evidenza, il malaffare iniziò a cercare un posto al tavolo del 2015 per garantirsi una fetta della colossale torta. E ci riuscì. Perché il sogno di un Expo «mafia-free» - slogan abusato dalla politica - durò il tempo di un amen. Sei mesi, dopodiché un pm aprì un fascicolo per sondare gli abboccamenti della criminalità con politici e imprenditori, le prime mosse verso i mega-appalti e la pioggia di milioni che l'Esposizione avrebbe garantito. Fu la procura di Varese, nel settembre del 2008, a mettere sotto intercettazione il rappresentante al Nord di una cosca calabrese, e a scoprire che la 'ndrina stava spostando i proprio interessi dal traffico di stupefacenti alle commesse di Expo. Ecco, era solo l'inizio di un calvario lungo fino a oggi, fino all'interdittiva firmata dal prefetto sulla scorta delle indicazioni della Direzione investigativa antimafia, con cui è stata esclusa la Gi.Ma.Co. srl dai lavori di riqualificazione della Darsena e per la realizzazione dei collegamenti stradali per il sito di Rho. Da quel lontano 2008 ne è passata di acqua (marcia) sotto i ponti. Inchieste e scandali, una corte di malavitosi, manager pubblici e politici indagati, arrestati e alcuni anche già condannati.

Un Expo senza pace, tanto che già nel marzo del 2010 l'allora ministro dell'Interno Roberto Maroni annunciò l'insediamento a Milano di una una sezione della Commissione grandi opere con il compito di impedire le infiltrazioni della criminalità organizzata. Bene, pochi mesi più tardi - a luglio - il sogno divenne incubo, quando finirono in carcere 15 persone in un'indagine condotta dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini sulla cosca dei Valle, e che grazie all'interessamento di un poltico locale era riuscita a ottenere licenze per aprire alcuni locali nel comune di Pero, inserendosi in un progetto di riqualificazione di un'area interessata dall'Esposizione.

Rotti gli indugi, la storia cominciò a ripetersi con preoccupante regolarità. Tra crimine organizzato e colletti bianchi corrotti. Un appalto-un'inchiesta, o quasi. Fin dalla prima gara, quella per l'affidamento dei lavori di ripulitura dell'area destinata all'Esposizione assegnata nell'ottobre del 2011. Nel maggio successivo, il procuratore aggiunto Alfredo Robledo aprì un fascicolo per turbativa d'asta e spedì i finanzieri nella sede di MM e della Cmc, il consorzio ravennate delle coorperative. E così si cominciò a fare i conti con manager e funzionari pubblici infedeli, e con una parola che faceva tornare alla mente i tampi andati di Mani pulite: «mazzette».

Perché di tangenti si parlò quando a Venezia finì nella bufera la ditta Mantovani, che in laguna si occupava del Mose ma che a Rho-Pero si era aggiudicata i lavori per la realizzazione della cosiddetta «piastra». E se allora - era il febbraio del 2013 - il terremoto vero e proprio sembrava lontano, bastarono in realtà pochi mesi per comprendere quanto in profondità fosse arrivato il malaffare. Nel marzo scorso vennero arrestati i vertici di Infrastrutture Lombarde, incaricata di conferire consulenze per i lavori di Expo. Poi, a maggio, fu la volta della cosiddetta «cupola degli appalti» e delle irregolarità nelle gare per le Vie d'acqua e le Architetture di servizio.

Avanti, e si arriva alla recente indagine che ha coinvolto l'ex responsabile del Padiglione Italia Antonio Acerbo, ai dubbi sui lavori per la realizzazione dell'Albero della Vita - che di Expo vuole essere il simbolo - e che in extremis ha avuto il via libera dell'Athority anticorruzione, e infine alleinterdittive firmata ieri dal prefetto, provvedimento numero 64 contro aziende in odore di mafia. Un'enormità. Si può dire: è la prova che il sistema possiede gli anticorpi al crimine organizzato. Oppure, che la malavita ha un appetito insaziabile. E che il gioco - sporco - vale ancora la candela.