La scuola funziona? Chiudiamola

(...)sono inutili. Bene, quell'uomo è ancora tra noi, è vivo e lotta per la sua antica causa. Oggi assume le fattezze di un assessore all'educazione, quello del Comune di Milano, che in un'intervista al «Corriere», annuncia di voler far passare alla gestione dello Stato la scuola comunale San Giusto, istituita da Letizia Moratti (qui sta forse il punto) nel 2004.
Una scuola d'eccellenza, con tre insegnanti per classe. Ma l'assessore non ci sta: «Dove li vede nella scuola statale?» Sembra una scena dei Blues Brothers: «Qui facciamo tutti e due i generi musicali: il country e il western». Allo stesso modo, il modello è la scuola di Stato: se tre maestre non ci sono nello Stato, perché devono esserci qui?
Così, in nome delle Pari Opportunità, l'assessore decide di eliminare l'eccellenza e livellare tutto verso il basso, seguendo un modello che, mi si permetta, appartiene più alla morte («A livella») che alla vita.
Come dire: via le camere a due letti con bagno dagli ospedali, ripristiniamo i cameroni da otto, riduciamo i servizi igienici: non si può trattare bene qualcuno e male qualcun altro, perciò siccome per trattare bene tutti bisogna spendere troppo, trattiamo male tutti, peggioriamo un po' i servizi.
Perché non tutti possono accedere alla scuola di un grande pianista, di un grande violoncellista? Perché qualcuno deve avere di più e qualcuno di meno? Via, dunque, i grandi pianisti, via i grandi violoncellisti: produciamo una mediocrità tutta uguale, eliminando i privilegi.
Certo, sulla parola «eccellenza» si è fatta molta retorica in passato. Qualcuno ha usato l'eccellenza per pavoneggiarsi, e questa è senz'altro una povera illusione: per un matematico eccellente prodotto dall'Italia, la Cina ne produce mille, perciò diciamolo: l'uso dell'eccellenza in chiave politica è patetico.
Ma questa parola ha un altro significato, che nulla ha a che vedere con la politica. La pubblica istituzione - Comune, Regione o Stato che sia - si fa complice di un crimine se, in nome di un principio astratto, impedisce il lavoro sacrosanto di chi (pubblico o privato che sia) lavora sodo per ottenere un livello educativo migliore.
Il principio astratto è questo: il presupporre che chi cerca di elevarsi sopra la media lo faccia per motivi egoistici, perché è ricco e vuole continuare a esserlo distinguendosi dal «popolo bue»: mentre un'educazione migliore, capace di migliorare l'uomo, è al servizio di tutti. Altrimenti non è un'educazione migliore, e tre maestre sono solo fuffa. Ma dire che è fuffa solo perché ci sono tre maestre è una stupidaggine.
Suggerirei perciò all'assessore, prof. Francesco Cappelli, anziché abbassare insensatamente il livello qualitativo di una scuola, di controllare affinché questo livello qualitativo ci sia davvero. Io non so se nella scuola San Giusto questo livello ci sia o meno. Ma so che questo dovrebbe essere il lavoro di un buon amministratore.
Suggerirei anche di non incaponirsi sulla destinazione delle scuole di periferia all'utenza locale. Nemmeno l'Urss si limitava a questo. Pochi anni fa, in Francia, fu proprio la sinistra a sostenere le scuole private (addirittura) nelle banlieues, perché il maggior livello qualitativo della scuola a pagamento, pur aborrita, poteva favorire il permanere di classi sociali più elevate in un contesto dal quale stavano fuggendo, consegnando vaste porzioni di territorio a un caos limitato solo dalle azioni di polizia.
Una città è civile se riesce ad affrontare i suoi problemi con realismo e in modo completo. E l'ideologia, purtroppo, non aiuta quasi mai in questo.