Il segno di 22 anni sulla Chiesa ambrosiana

«La più grande gioia? I ventidue anni di episcopato a Milano». Così Carlo Maria Martini poco più di un anno fa, in una risposta al vaticanista Aldo Maria Valli che è il bilancio di una lunga vita e di un grande amore, quello tra l'arcivescovo e la sua città adottiva, dove fu spedito a sorpresa e praticamente all'improvviso da una decisione di Papa Wojtyla. Era il dicembre del 1979 quando il torinese Carlo Maria Martini fu nominato arcivescovo di Milano.
Lui entrò in città il 10 febbraio del 1980, per rimanere oltre vent'anni. Più che insediarsi, arrivò a Milano camminando, incedendo a piedi tra ali di folla, in mano il solo Vangelo. All'inizio, era quasi uno sconosciuto, se non per gli esperti di cose religiose che vedevano in lui l'importante gesuita rettore della Pontificia università gregoriana, incarico a cui era stato elevato da poco. Approfittò di quel breve periodo di anonimato per vivere come un padre Martini qualsiasi, indossando il clergyman, andando tra la gente in metropolitana o a comprare il giornale. Non fu un periodo lungo.
Ben presto la sua figura si impose con la forza che gli era propria in quella difficile temperie che viveva Milano. I suoi concittadini presero a riconoscerlo come l'uomo che riusciva a parlare anche al cuore dei terroristi. Anni tremendi per la città, che era appena riemersa dalla strage di piazza Fontana per sprofondare nel buio del terrorismo. Nel 1980, il suo primo anno da vescovo, caddero uccisi dai brigatisti il magistrato Guido Galli e il giornalista del Corriere della sera, Walter Tobagi. Lui celebrò i funerali e al contempo disse sì alla richiesta di battezzare i due gemelli di Giulia Borrelli, terrorista di prima Linea che era in carcere per aver sparato a un uomo.
Era il 13 giugno 1984 quando i Comitati comunisti rivoluzionari, gruppo terroristico di sinistra contiguo alle Brigate rosse, scelsero l'Arcivescovado di Milano per consegnare il proprio arsenale. Ebbe paura? No, risponde nel libro Storia di un uomo (Ancora editore). «No, nessuna paura. Quando portarono le borse con le armi chiamai il prefetto. Arrivò e io dissi: bene, apriamo le borse. Lui restò inorridito ed esclamo: per carità, non tocchiamo niente! Una situazione curiosa. Temo che un po' di paura l'ebbe invece il mio segretario di allora, don Paolo Cortesi». Don Paolo Cortesi era al telefono e uno sconosciuto abbandonò sul posto tre borse, con dentro due kalashnikov con caricatore, un fucile beretta, un moschetto automatico, tre pistole, un razzo per bazooka, quattro bombe a mano, due caricatori e centoquaranta proiettili.

Vennero anni diversi, in cui al peso del piombo si sostituì la leggerezza delle bollicine. Portava con sé insidie meno evidenti, ma il cardinal Martini nel suo profondo carisma gesuita discerneva quel che sarebbe avvenuto di lì a poco. Nel 1984 e nel 1987 fece due interventi pesanti contro la corruzione, in anni che non erano ancora quelli conclamati di Tangentopoli e Mani pulite. Il desiderio di elevare gli onesti non lo abbandonò nemmeno in tempi successivi. Pronunciò frasi come «dare forza e amabilità a un'esistenza vissuta nel rispetto delle regole» oppure «finché la nostra società stimerà di più i furbi, che hanno successo, un'acqua limacciosa continuerà ad alimentare il mulino dell'illegalità». Aveva imparato l'amore alla giustizia dalla dottrina sociale della Chiesa ma anche dall'esempio del padre, ingegnere della buona borghesia piemontese, che il cardinale ricordava come «un uomo integerrimo e con un forte senso del dovere».
La città lo ha amato, ricambiata, come vescovo e come intellettuale raffinato che però sapeva non essere altero, nemmeno con i più lontani. Da vescovo istituì la Cattedra dei non credenti, iniziative culturali e spirituali in cui, come disse lui stesso, erano i non credenti a salire in cattedra. Dialogo, mediazione, amore alla liberta, sono forse le caratteristiche dell'uomo in cui la città riconobbe se stessa e la sua vocazione di terra di mezzo, di incontro tra diversi.
Come Milano amava la politica, il cardinal Martini, nel suo senso più alto e più bello, e per questo volle che la Diocesi istituisse le Scuole di formazione politica. Nel 2000 andò in visita ufficiale da fratel Ettore, nel suo rifugio alla Stazione. Milano gli deve anche la Casa della carità, luogo di accoglienza degli ultimi realizzato insieme alle istituzioni civili. E mille altre cose, che solo il tempo potrà raccontare.