Senzatetto al Policlinico "Un rischio per i malati"

I clochard dormono all'interno dei padiglioni Chiesto da tempo l'intervento del Comune

Deriva da hospitale, cioè «ospitale», nel senso di «luogo dove si alloggiano i forestieri», tutti i forestieri. Tuttavia il significato originario, quello latino, nel tempo è radicalmente mutato. Da un pezzo gli ospedali forniscono assistenza sanitaria, ricovero e cura ai pazienti, cioè ai malati. Esclusivamente ai malati.

«In primis va salvaguardata la salute e la sicurezza del degente e di chi lo cura. Per questa ragione non devono esistere forme di contaminazione più o meno gravi ma che soprattutto si possono e si devono evitare. All'interno di una struttura come il Policlinico, quindi, la presenza dei senzatetto è inammissibile. In particolare nelle proporzioni raggiunte negli ultimi tempi».

Claudia Buccellati, dal 2008 presidente della onlus «Associazione per il Policlinico», non cerca lo scontro politico e nemmeno tenta di soffermarsi sulla miriade di sfaccettature e implicazioni socio culturali e anche religiose che la presa in carico e la cura degli homeless a Milano si trascina dietro da anni. Due volte la settimana in inverno e praticamente ogni giorno d'estate, Buccellati è volontaria al padiglione Sacco del Policlinico di via Sforza.

«Il Comune ha le strutture idonee per accogliere i senzatetto, come ha spesso sottolineato l'assessore Pierfrancesco Majorino - spiega -. Tuttavia sembra non si possa obbligare chicchessia, a meno che non si tratti di qualcuno che ha commesso un reato, a spostarsi da un posto a un altro. E mi chiedo perché se ci sono esigenze di causa maggiore, come quelle sanitarie. Si parla tanto di Milano città europea, ma anche le zone del lusso che danno forza ai nostri brand si sviliscono se i turisti trovano qualcuno che dorme per strada tra sacchi a pelo e sporcizia. Credo che le associazioni umanitarie fornitrici di coperte e altri beni di conforto, se hanno a cuore la nostra città, dovrebbero anche stabilire una vera e propria strategia di convincimento affinché gli homeless, si rechino nelle strutture a loro destinate e non nei reparti di un ospedale o per strada. Non si tratta di ledere la libertà degli esseri umani, no. Anche perché le persone che guardandoli sospirano poverini sono poi le stesse che, trovandoseli a due passi da casa, poi si lamentano».

Praticamente tutti gli homeless che scelgono di starsene nei corridoi del pronto soccorso di via Sforza o nell'atrio del padiglione Sacco, del Granelli, dell'Alfieri o addirittura alla clinica Mangiagalli (dove ci hanno detto che lo scorso inverno sarebbe stata scoperta una clochard mentre dormiva nella stanza di un reparto) sono sempre gli stessi, sporchi e maleodoranti.

«Con la bella stagione gli stanziali diminuiscono - prosegue Claudia Buccellati -. A controllare che se ne vadano via dall'ospedale, da mezzanotte alle 7 del mattino, ora ci sono i volontari dei City Angels e le guardie giurate dell'Ivri, mentre i militari dell'Associazione carabinieri in congedo vigilano dalle 9 alle 13. La sorveglianza dovrebbe coprire le 24 ore, ma si tratterebbe di costi aggiuntivi non indifferenti per l'ospedale. In questo modo, anche chi viene allontanato finisce per tornare. Chiamare le forze dell'ordine è inutile, a meno che gli homeless non delinquano. Poco importa che la maggioranza soffra delle cosiddette malattie dello sporco, come la pediculosi (i pidocchi, ndr) o che tra loro ci siano malati mentali, spesso bisognosi di Tso e anche molti tossicodipendenti, costantemente impegnati accanto alle macchinette a chiedere l'elemosina ai malati e ai loro parenti».

L'emergenza sanitaria, quindi, continua. E a farne le spese potrebbero essere, ad esempio, i malati di fibrosi cistica ricoverati al Sacco.

«Hanno un sistema immunitario inesistente che li obbliga a vivere in un ambiente sterile e a girare con le mascherine - conclude Buccellati -. Per malati di questo tipo essere contagiati dai clochard potrebbe rivelarsi molto pericoloso».