«Per Serravalle risarcite 119 milioni»

Quantificato il danno provocato dall'acquisto a costi esorbitanti di azioni da parte di Penati

A conti fatti, quello che all'epoca venne pubblicizzato come il grande affare della giunta provinciale guidata da Filippo Penati ora rischia di trasformarsi in una delle più colossali stangate (economiche) inflitte alla politica. Al termine del procedimento aperto un anno e mezzo fa fa per danno erariale dalla Corte dei conti, infatti, ieri è arrivata la richiesta di condanna avanzata dei pubblici ministeri Alessandro Napoli e Luigi D'Angelo: un mega risarcimento da 119 milioni di euro da distribuire tra lo stesso Penati e i suoi ex colleghi di Palazzo Isimbardi, responsabili secondo le toghe di via Marina di un colossale abbaglio nella compravendita di azioni della Serravalle dal gruppo allora guidato dal costruttore Marcellino Gavio.

Quell'operazione - finita tempo fa anche nel mirino della Procura di Monza - avrebbe dunque causato un danno multi-milionario legato da un lato «a una sopravvalutazione del prezzo unitario delle azioni acquisite dalla Provincia, ben al di sopra del reale valore di mercato», dall'altro a «un danno per il deprezzamento del controvalore del pacchetto azionario detenuto dal Comune di Milano nella stessa società». Un giro di quote azionarie che incendiò l'estate del 2005. Era l'agosto di dieci anni fa, quando l'allora sindaco Gabriele Albertini presentò un esposto alla Corte dei conti, denunciando l'esorbitante prezzo (oltre 238 milioni di euro) pagato da Palazzo Isimbardi per il 15% delle quote della società autostradale di Gavio. Di tempo da allora ne è passato, ma alla fine i magistrati hanno messo il punto a questa storia: con 120 milioni di cui si chiede la restituzione, e su cui nelle prossime settimane decideranno i giudici.

La storia di questo intreccio fatale di interessi (privati) e mostruosi esborsi (pubblici) era riassunta nell'atto di citazione notificato nel novembre del 2013 a Penai e agli ex membri della sua giunta. Centotrenta pagine di documento per ricostruire una delle più spericolate operazioni messe in piedi da un ente pubblico. Perché - si sono chiesti gli inquirenti - pagare tanto le azioni di Gavio? Perché non aspettare la valutazione di un advisor, ma retrodatare quella dello studio Vitale&Associati per giustificare il voto con cui la giunta provinciale diede l'ok all'acquisto per 8,8 euro ad azione, contro una stima media compresa fra i 4 e i 5,5 euro? «I motivi sono ancora poco chiari», si legge nelle carte. La procura di Monza ha ipotizzato che dietro l' affaire ci fossero gli interessi dei colonneli dei Ds, che parte della plusvalenza garantita a Gavio fosse stata girata nella scalata di Unipol a Bnl. Qualche che sia la ragione che portò alla compravendita, l'eredità è stata un buco colossale nei conti pubblici di cui ora è chiamato a rispondere Penati. Il quale, secondo i pm contabili, si sarebbe «rappresentato la possibilità che l'operazione fosse conclusa a condizioni economiche inique» per il soggetto pubblico, eppure accettò « consapevolmente il rischio di provocare un danno patrimoniale».