Si è pentito: libero il «boia delle carceri»

Aveva iniziato tirando un cancellino addosso alla maestra e colpendo alla testa a un coetaneo con un sasso. Ha finito uccidendo Francis Turatello e Massimo Loi, facendo poi scempio dei loro corpi, tanto da guadagnarsi in titolo di «boia delle carceri». In mezzo tanti altri delitti. E alla fine il «redde rationem»: processi, condanne, ergastoli. Un abisso senza fondo da cui Vincenzo Andraous è riuscito a risalire. Prima l'incontro con la poesia, poi con la fede infine con il volontariato. Tanto da meritare prima la semilibertà e adesso la «vigilata» che, alle soglie di 59 anni, lo restituisce redento alla vita. Con il peso di tutte quelle morti che lui stesso ha sempre detto di sentire sulle spalle come un macigno.
Una vita disperata quella di Andraous fin da quando, arrivato da Catania in un paese del veronese, viene subito preso di mira per le sue origini. Terrone e giù botte, fino a quando prende un sasso e spacca la testa a un coetaneo. Da allora solo rispetto e timore. Come quando tira il cancellino contro la maestra e nessuno ha il coraggio di accusarlo. Poi la corsa sfrenata, a 15 anni il primo arresto, poi il trasferimento a Milano dove diventa subito uno dei banditi più feroci. A marzo 1977 rimane coinvolto in due sparatorie in cui vengono uccisi un vigile urbano, Vincenzo Ugga, una passante, Ada Fornaro, e feriti due agenti di polizia. Preso, riesce a evadere un paio di volte, fino al suo ingresso nel circuito delle supercarceri. Dove continua a sfogare tutta la sua rabbia. A Trani cerca di uccidere due detenuti, a Novara ammazza Bozidar Vulisevhic e Massimo Loi, a cui poi stacca la testa, a Nuoro Claudio Olivati e Francesco Turatello, sul cui corpo poi infierisce con ferocia, a Pisa fa assassinare Claudio Gatti.
Una belva feroce, da tenere distante dagli altri detenuti. Tra il 1982 e 1987 viene infilato in una bara di cemento, una cella d'isolamento 3 metri per 2, dove però inizia a leggere. E a scrivere, poesie che distruggerà poi immediatamente per non farle trovare agli agenti penitenziari. Nel 1992 incontra don Giuseppe Baschiazzorre e insieme a lui la fede. Non ha più paura di mettere a nudo la propria anima e comincia a scrivere sul serio. Oltre all'autobiografia pubblica nove i libri di poesia e saggistica su carcere e devianza che gli frutteranno 80 premi letterari. Nel frattempo c'è il riavvicinamento con la figlia, l'incontro con l'attuale moglie, il fitto epistolario con l'arcivescovo di Milano Francesco Maria Martini. Si mette in contatto con i famigliari delle vittime implorando il perdono, ma sempre in forma strettamente privata, senza annunci sui giornali. Una decina di anni fa i giudici gli concedono la semilibertà: esce alle 8 e rientra alle 22 per lavorare alla Casa del giovane di Pavia, sede dell'ultimo carcere, dove vengono ospitati ragazzi «difficili».
Vincenzo è ormai un altro uomo, lo riconoscono anche i giudici del tribunale di sorveglianza che nei giorni scorsi gli sospendono la pena e gli concedono la libertà vigilata. Andraous è ora un uomo libero, dal carcere ma non dal suo passato. Quei morti lo seguono implacabili: «Ho una brutta storia alle spalle. Una gran brutta storia, che incute timore. Non potrò mai scrollarmi di dosso il dolore che ho provocato. Ma oggi non nascondo più il mio passato. Anzi lo racconto per evitare che altri cadano nel mio abisso».