«Un sogno: 100mila alberi per rilanciare l'area Expo»

Giacomo De Amicis, docente a Pavia, presenta un libro di progetti sulle periferie: «Così si salveranno i quartieri»

Simone FinottiE se l'area Expo fosse trasformata in un grande bosco punteggiato da radure? Se in via Ghini sorgesse un parco avventura e il centro sportivo «Forza e Coraggio» diventasse un'area polifunzionale con portici, negozi e una pista di atletica «in quota»? Se tutta la cintura sud diventasse un'unica «narrazione urbana»? Si riaccende il dibattito sul futuro di Milano e sulla valorizzazione di alcune aree periferiche e tra le voci più originali c'è quella dell'architetto Giacomo De Amicis, autore del recente libro «Vecchie periferie, nuovi luoghi» (Publicomm), secondo cui è il concetto stesso di periferia a non reggere più: «Dobbiamo passare dall'idea di qualcosa che sta intorno a qualcos'altro di più importante a quella di luogo con una propria identità definita». Per farlo non si può pensare di azzerare interi quartieri, ma occorre lavorare sulle relazioni fra gli elementi urbani già esistenti. Emblematico il caso della Ronda Sud, su cui De Amicis ha lavorato con i suoi studenti dell'Università di Pavia. «È uno spaccato interessante, in cui a pochi chilometri dal centro coesistono almeno 5 sistemi urbani diversi: dalla zona di viale Faenza, dove si mescolano campagna e campi urbani, all'edilizia aperta di Famagosta, dallo snodo autostradale di piazza Maggi agli isolati ottocenteschi di viale Cermenate, fino alla straordinaria area di viale Ortles, con una sequenza di grandi recinti permeabili. Ho individuato alcune azioni possibili per collegare, polarizzare, delimitare, densificare». Ma come realizzarle? «Penso a una scala di progetto intermedia fra il piano regolatore e il permesso di costruire, che regoli il nuovo includendo l'esistente». Discorso analogo per l'area Expo: «Da corpo estraneo deve diventare un luogo strategico: un bosco di 100mila alberi renderebbe l'area unitaria, riconoscibile e attrattiva, collegandola al sistema dei parchi metropolitani. Le radure sarebbero gli spazi di pertinenza degli edifici e delle attività in essere e future, il tutto integrando il layout del sito». Milano, del resto, è ricca di esempi di riconversione. «Negli ultimi anni abbiamo avuto due fenomeni: i Programmi di riqualificazione urbana (Pru) delle grandi aree dismesse come Rubattino e Pompeo Leoni, e la conversione di zone più piccole secondo dinamiche economiche naturali, che ha prodotto sistemi misti residenziali-produttivi: trovo più interessante il secondo». E oggi? «Milano ha opportunità macro, come scali ferroviari e caserme, e micro, come edifici scolastici dismessi e aree sportive. L'importante è ragionare sulle relazioni urbane». Promossa Porta Nuova, rimandata Citylife: «Nel primo caso si è giocata la carta delle relazioni, con soluzioni interessanti come la sopraelevazione di piazza Aulenti. Più banale il progetto Citylife, che nonostante i grandi nomi coinvolti è sostanzialmente un supercondominio recintato da cancellate. Mi pare una logica riduttiva».