«Solo Shakespeare nei teatri Così l'Italia si civilizzerebbe»

L'attore con Macbeth in scena al Piccolo nel testo del Bardo «Serve a formare i cittadini, i soldi nei musei sono buttati»

Antonio Bozzo

«Bisognerebbe avere i soldi per fare solo lui, il poeta più grande di tutti i tempi, William Shakespeare".

In che senso fare solo lui?

«Lo Stato dovrebbe smetterla di finanziare musei e rovine, tutte cose morte e inutili. Dovrebbe investire per far realizzare, nei nostri teatri, in televisione, al cinema, i drammi del Bardo. Arte dinamica. In cinque anni di Shakespeare, fatto con tutti i crismi, con attori scene e tutto quanto non al risparmio, l'Italia finalmente si civilizzerebbe. Alla fine lo Stato non butterebbe via i soldi, ma formerebbe cittadini consapevoli».

Perché, Shakespeare è una bacchetta magica?

«Nelle sue tragedie c'è tutto, gli abissi e la luce degli esseri umani. È una grande lente per leggere dentro noi stessi. Per alcuni Shakespeare era più di una persona. Invece io credo fosse una mente unica, con enorme capacità, e la fortuna di vivere in un regno, l'Inghilterra, e in un periodo storico che non aveva adottato la commedia erudita allora in voga da noi. Il suo teatro è rozzo teatro di parola. Un po' si perde nella traduzione, ma non lamentiamoci: gli inglesi lo trattano peggio di noi. Fanno come noi con il Manzoni: accademia. Si rappresenta con più forza in Turchia».

E lei, con lo spettacolo al Piccolo, che Shakespeare ci farà vedere?

«Vi faccio vedere Macbeth, il testo più breve del Bardo. Un dramma insondabile, che nessuno esaurirà mai. Ho letto un saggio sul Macbeth, studiato con strumenti alla Heidegger. Ne risulta che Shakespeare frantuma il significato, si automangia».

Voliamo più basso, per favore. Lei è interprete e regista: la sua lettura qual è? Lasciamo perdere Heidegger...

«Un aspetto del Macbeth è il sogno di una società senza donne. Le prime che appaiono hanno la barba, sono parlatrici imperfette, esseri demoniaci. Poi arriva Lady Macbeth, che chiama gli spiriti e chiede le venga strappato il sesso, tolte le mestruazioni, e trasformato il latte in fiele. In qualche modo è come se partorisse Macbeth, ma è un uomo che partorisce, un demonio, per spingerlo a uccidere e a prendere il trono di Scozia».

Ma non era proprio la lotta per il potere al centro dell'opera?

«Sì, ma alla fine del dramma ci sono solo uomini. Lady Macbeth sparisce, nella famosa scena della sonnambula. Resta una società guerriera, perché Macbeth è un guerriero che reagisce a ciò che gli pare un sopruso».

C'è anche nichilismo e superomismo, dentro?

«Viene detta in un monologo la famosa frase: la vita è una favola raccontata da un idiota, piena di rumore e di furore, che non significa nulla. E sempre Macbeth dice: sono stanco del sole, vorrei che il mondo si sgretolasse. Lampi di nichilismo che rendono Shakespeare un nostro contemporaneo morto 400 anni fa».

Lo spettacolo, prodotto da Centro Teatrale Bresciano e Teatro de Gli Incanminati, va in scena allo Strehler dal 18 ottobre al 6 novembre.