Le sorprese del Bramante restaurato

Torna a nuova vita il «Cristo alla colonna». E si scoprono le impronte del maestro

Francesca Amè

Forse è stato trovato il rimedio per il «malato cronico». Siamo nella Pinacoteca di Brera, in quella sala spettacolare che vede l'uno accanto all'altro «Lo Sposalizio della Vergine» di Raffaello, la celeberrima «Pala Montefeltro» di Piero della Francesca e il «Cristo alla colonna» di Donato Bramante, raro esempio di pittura firmata dall'architetto rinascimentale. È proprio lui il «malato cronico» (dalla definizione che Mauro Pelliccioli, tra i restauratori più noti di sempre, diede nel 27): un dipinto di una bellezza toccante, un olio su tavola di pioppo realizzato tra il 1489 e il 1490, caratterizzato dal colore grigio del volto di Cristo e dal costato perlaceo e poi le lacrime appena accennate, lo sfondo sfumato... Una gemma che già in passato aveva subito restauri e che lo scorso gennaio, in seguito al freddo improvviso con conseguente crollo dell'umidità interna nella Pinacoteca, aveva fatto riscontrare alcuni sollevamenti di colore. Furono una quarantina le opere lievemente danneggiate e subito messe al riparo, ma vedere scomparire dalla sala per qualche tempo il «Cristo alla Colonna» uno dei quadri simbolo del museo milanese aveva suscitato parecchio clamore. Andrea Carini, direttore del laboratorio della Pinacoteca (quello trasparente, situato nel percorso museale e davanti al quale si possono seguire passo passo i lavori), e Paola Borghese se ne sono invece presi cura con dedizione meticolosa: uno spray-schiuma speciale come primo trattamento (ché i «cerotti» in questo caso non servivano), riposo in orizzontale per una ventina di giorni e poi maniacale «cesello»: la vernice è stata pulita, i lievi sollevamenti sul costato ricomposti. Risultato: un Cristo che pare parlare una lingua ancora più nitida. Arrivato dall'Abbazia di Chiaravalle e nella collezione di Brera dal '15, è un caposaldo della storia dell'arte: ora un «clima frame», una sorta di scatola ad altissima tecnologia, avvolge il dipinto. Il visitatore non si accorge di nulla, diversamente da quanto accade con i tradizionali clima-box o teche, e l'opera è tutelata soprattutto dai bruschi cambi di temperatura, evitando choc termici come quelli accaduti a gennaio. «Che un dipinto come quello di Bramante abbia bisogno di restauri non deve stupire: abbiamo colto l'occasione per studiare ancora più a fondo l'opera», spiega Paola Borghese che ha messo le mani e gli occhi per tanti mesi sulla tavola. Oggi non solo il corpo di Cristo ci appare più plastico, con quei riccioli cangianti che gli contornano il volto, ma sappiamo anche che il Bramante ebbe vari ripensamenti: «Il volto era spostato, il braccio sinistro più aperto, la testa più inclinata. Abbiamo trovato persino le impronte digitali dell'artista sull'opera», spiegano i restauratori. Ed è questa forse la scoperta più curiosa: Bramante, perfezionista fino in fondo nel creare una pittura originale, abbandona in certi tratti il pennello e agisce a mani nude, con i polpastrelli. «Con la lente di ingrandimento abbiamo scovato le sue impronte, mentre le analisi tecniche a infrarossi ci hanno raccontato dei ripensamenti nei disegni preparatori», concludono i restauratori. Ora il «Cristo alla Colonna» è al sicuro, al suo posto, nella sala 24, già fotografato dai primi visitatori ieri mattina. James Bradburne, direttore della Pinacoteca, è soddisfatto: «Senza tutela non ci può essere valorizzazione. Il quadro è stato restaurato dalla squadra interna di Brera, che è intervenuta sull'opera con rapidità e competenza», ha dichiarato. Da settimana prossima, Brera ospiterà un nuovo «dialogo» dedicato a Pompeo Batoni.