«Stanno tornando i boss» Quarto Oggiaro ha paura

Fine pena per capi e gregari in cella negli anni Novanta Il pm: «La droga, tradizione criminale ancora attuale»

Luca Fazzo

Il mormorio circola, anima mezze frasi nei bar di via Amoretti, cambia umori ed equilibri nei capannelli di piccoli pusher nei giardini di via Vialba. Il mormorio dice: «Stanno tornando». Stanno per tornare i vecchi, i ras e i gregari che hanno regnato a lungo su Quarto Oggiaro, e che sono finiti nelle retate degli anni Novanta e dell'inizio del secolo; e che ora a pena espiata si preparano a uscire, a riprendere le fila di un discorso mai interrotto davvero. Perché Quarto Raggio, come lo chiamavano una volta i milanesi di frontiera, non è purtroppo cambiato molto. E quando l'altro giorno il capo della polizia Franco Gabrielli ha inserito il vecchio quartiere della Tangenziale Nord tra i brandelli a rischio del territorio urbano, a Quarto Oggiaro non si è stupito nessuno. Perché qui la violenza è di casa praticamente da sempre, e le violenze più antiche e decisive si chiamano degrado e disoccupazione; a valle vengono la militanza malavitosa, l'arruolamento nei ranghi dei clan.

Che stiano davvero per uscire, i boss e i gregari, è almeno in parte inevitabile. La prima grande retata del pm Gianni Griguolo è del 1994, la sua replica, il blitz «Pavone» del pm Marcello Musso è del 2009. Chi è rimasto impigliato in quelle operazioni ha ormai scontato anni e decenni di galera, e prima o poi uscirà. Ma il problema vero è che, a differenza di altri quartieri, i repulisti giudiziari non hanno ripulito nulla. «La verità - spiega il pm Musso - è che a Quarto Oggiaro c'è una tradizione di criminalità organizzata, basata principalmente sul traffico di droga, che è ancora assolutamente attuale. C'è una continuità tra vecchia guardia e nuova guardia, e c'è una potenza economica rilevante. Uno dei capi del narcotraffico in zona, Francesco Castriotta, lo abbiamo catturato pochi giorni fa dopo sei anni di latitanza. E non si gestisce una latitanza così lunga senza grandi risorse e grandi appoggi».

Il boss più importante sarà forse l'ultimo a uscire dal carcere: Biagio Crisafulli, detto «Dentino», all'ergastolo a Fossombrone per quattro omicidi, oggi uomo apparentemente pacato e rassegnato, laurea in letteratura moderna. Ma la Procura sostiene che anche dal carcere «Dentino» continuasse a regnare, e che a Quarto Oggiaro non si muovesse foglia senza un suo cenno. Sotto processo davanti alla settima sezione del tribunale c'è insieme a lui il Gotha apparentemente immortale del quartiere, gente che in vita sua ha fatto più anni in cella che per strada, eppure per la Procura continua a contare.

Certo, Quarto Oggiaro non è solo questa, e gli sforzi della gente perbene di alzare la testa, di creare un tessuto sociale degno di questo nome, non sono privi di risultato. Ma la scelta del capo della polizia di puntare il dito sul quartiere-icona della malavita milanese non nasce da clichè o da pregiudizi ma da segnalazioni precise e numerose. Informative, rapporti e inchieste dicono che in nessun altro quartiere di Milano la continuità criminale ha attraversato con tanta solidità i decenni. E d'altronde non può essere un caso se solo qui, in questi ultimi anni hanno continuato a susseguirsi ammazzamenti su ammazzamenti, e tutti inequivocabilmente nati nel mondo del crimine organizzato: il rampollo dei Carvelli, Cecco, viene catturato e giustiziato nel 2007, due anni dopo davanti al bar di via Pascarella fanno secco Francesco Crisafulli, fratello di «Dentino»; nel 2013 uccidono uno dopo l'altro due dei fratelli Tatone, Emanuele e Pasquale. Tutti delitti di cui le inchieste hanno dato spiegazioni minimaliste, nessuna guerra tra clan, solo vecchi rancori o scontri recenti. Ma insomma: queste cose accadono solo a Quarto Oggiaro.

Quando Francesco Castriotta arriverà in Italia, estradato dalla Catalogna, sarà interessante capire se sceglierà di affrontare il tanto carcere che lo attende, o se sceglierà di cavarsi d'impaccio collaborando con lo Stato, e raccontando quanti e quali appoggi lo attendessero in zona. E lì magari se ne vedrebbero delle belle, perché - e anche questo qualcosa vorrà dire - da vent'anni a Quarto Raggio non si pente nessuno.