La storia del Bel Paese disegnata dagli architetti

Gli architetti italiani sono costretti, ovunque lavorino, a fare i conti con il loro territorio d'origine, a Camberra come a New York, a Ivrea come a Napoli. Su questa «Comunità Italia», ovvero su questo dna progettuale che lega tra loro personalità molto diverse, si concentra la mostra appena aperta in Triennale, in una settimana che ha visto l'istituzione milanese particolarmente attiva con l'inaugurazione di tre esposizioni che indagano rispettivamente il linguaggio della moda italiana contemporanea, quello dell'arte e, in quest'ultima, quello dell'architettura. Alberto Ferlenga e Marco Biraghi hanno curato lungo la grande curva del piano terra della Triennale «Comunità Italia. Architettura, città e paesaggio dal dopoguerra al Duemila» (fino al 6 marzo, catalogo Silvana editoriale), una mostra densa e complessa. Pannelli e supporti multimediali guidano il visitatore lungo un percorso in centoventi opere tra disegni, taccuini, fotografie, mappe, album, modellini. Ed è curioso che siano proprio due opere d'arte ad aprire e chiudere questa grossa esposizione: entriamo accompagnati dalla luminosa «Città orizzontale» di Pietro Consagra, una scultura che pare preludere a un El Dorado metropolitano, e usciamo salutando un'immagine del «Cretto» di Gibellina, realizzato da Alberto Burri quale monumento alla morte dopo il rovinoso terremoto che distrusse la città siciliana nel '68. Eccoli, i due estremi su cui si muove la mostra: l'architettura ideale e le ferite del paesaggio italiano. Se la sezione iniziale offre al visitatore alcuni temi-chiavi per capire l'architettura di oggi quali l'evoluzione del cantiere, il rapporto con il design (di grande effetto l'allestimento qui curato da Silvana Annicchiarico che espone una sorta di città-teatro fatta di oggetti iconici del made in Italy) e l'editoria di settore, una galleria ci porta nel cuore dell'esposizione. Vi troviamo le città disegnate da Aldo Rossi e Arduino Cantafora e una quinta teatrale con i modellini di edifici e quartieri costruiti dal dopoguerra agli anni Novanta. I quartieri nuovi di Torino, Ivrea, Pavia, Napoli e soprattutto Milano con i contributi determinanti di Ignazio Gardella, Franco Albini, Luigi Caccia Dominioni. Ci sono poi i progetti per il quartiere Gallaratese firmati da Carlo Aymonino e quelli per la Bicocca ideati da Vittorio Gregotti. Spazio anche ai progetti extraterritoriali di molti grandi architetti: Piano e Fuksas, ovviamente, ma anche di firme meno note ma apprezzate all'estero come Romaldo Gurgiola che negli anni Ottanta ha progettato il parlamento australiano a Camberra. Di tutti i lavori, nazionali e internazionali, piccoli o grandi, innovativi o tradizionali, la mostra sottolinea lo stretto legame con il territorio. Un fatto, questo, reso ancora più evidente dall'attività dei cosiddetti fotografi-topografi italiani che hanno seguito (e per molti versi influenzato) gli interventi degli architetti tra gli anni Sessanta e Novanta: per Milano, basterebbe citare il ruolo di Gabriele Basilico, i cui scatti sono ben rappresentati in mostra. Tra le chicche esposte, anche una sala dedicata al lato intimo della progettazione degli architetti: i taccuini personali, dove uno schizzo di penna su carta ci dà la misura pratica di come nascono le idee.