Lo strano caso del Nibbio il «barcun» dalle mille vite

La storica chiatta, finita in cantiere nel '79, ha vissuto la seconda giovinezza con Expo. Ora ritorna a riposo

Quando passò a miglior vita, Giovanni Motter rimase lo sconosciuto che era sempre stato. Si sa solo che era «tedesco» - forse semplicemente trentino, particolare geografico allora ininfluente - e il 15 giugno 1645 si trovava a Milano. Più precisamente, a Boffalora Ticino. Dove morì all'improvviso, probabilmente d'infarto, al momento di scendere dalla barca. La sua fine, ignota e disinteressata ai più, continua a restare un dettaglio trascurabile nella storia dell'umanità, ma non in quella dei Navigli. Perché quel giorno fu redatto il primo documento che testimoniava la cadenza regolare della navigabilità nei canali milanesi.

Era el barchett. E faceva la spola tra Boffalora e la Darsena. Mattine di rugiada e bruma. Quando il sole non riscaldava, eppure era luglio. Si partiva alle 5 e l'orario di arrivo era una sorpresa. Potevano bastare quattro ore, ma talvolta ne servivano addirittura sei. La distanza tra il sogno e l'esserci misurava quaranta chilometri. Dal contado alla città. Era un viaggio di speranze e attese. La febbre saliva metro dopo metro. Il mondo degli sciori. L'illusione di vedere il re. La magia del mercato, frivolo e frizzante. La tecnologia nuova di zecca. Era Expo. Era il 1906. E sul barchett si schiacciavano tutti.

Gli occhi dei provinciali brillano più di quelli dei cittadini anche quando sono chiusi. Come la studentessa, suonata dalla sonnolenza, che non riusciva a tener dritta la testa, ma voleva esserci e non se ne avvedeva dell'occhiolino del droghiere, seduto di fronte, che voleva comprarsi lo stupore. E briciole d'amore. O forse solo d'attrazione. Il più sveglio, il pizzicagnolo, non perdeva un colpo. Lanciava battute e rideva da solo. L'oste aveva smesso a notte fonda di servire l'ultima boccia di rosso. E andava a sbirciare che cosa finisse sulla tavola dei ricchi. Per copiare. O semplicemente, per regolarsi.

C'era pure il cantastorie, ma non faceva il suo mestiere. Era lì per esigere il prezzo del biglietto, 45 centesimi a persona. Solo 30 da Abbiategrasso a Milano. Intanto raccontava aneddoti. I bambini lo ascoltavano e ridevano, mentre altri si rincorrevano, sfidando lo zoccolo del cavallo. Le mamme li vedevano già in acqua e gridavano ancora più forte. E in quel baccano c'era pure chi si annoiava. Dall'alto della sua barba, quel menestrello sfuggito all'inedia giocava con loro. E incassava. Lo chiamavano il torototela. Picchiava con un bastoncino su una zucca vuota e gli bastava un sorriso a far scucire quei pochi spiccioli per un viaggio sull'acqua che sapeva di emozione. Faceva trepidare. Come ogni attesa. Poi iniziava a urlare. El vaa, el barchett. Era il segnale della partenza. Scoccava l'ora che tutti volevano. Tra occhi chiusi. Frizzi. Lazzi. E zanzare.

Era un crocevia, il Naviglio. E capitava di incontrarsi. Soprattutto fra imbarcazioni. Attimi di paura. Il corso d'acqua aveva portata piccola ma traffico grande. E se il barchett era usato per diporto di persone, il barcun serviva invece per le merci. In particolar modo materiali di costruzione. I marmi per il Duomo, sabbia e ghiaia alla metropoli che cresceva. Quando i viaggi del barchett furono certificati dalla morte dello sconosciuto Motter, le chiatte avevano quasi quattrocento anni di andirivieni sulle spalle. E furono le ultime ad andarsene. Fu il paradosso dei paradossi. Nel 1953 Milano era ancora il tredicesimo porto d'Italia per traffico di merci. Senza avere il mare, ma solo nebbia e brughiere.

Oggi quelle imbarcazioni vivono la pensione con il disincanto di un bambino capriccioso che non si nega un tuffo appena può. E, appena ha potuto, il Nibbio si è tuffato. Si chiama così il superstite. E il nome è a metà strada tra un'aquila e il capo dei bravacci manzoniani. Lui, il barcone che ha fatto finta di sparire, ha l'astuzia dell'una e la spudorata impertinenza degli altri. Fino a qualche mese fa era ancora lì. In darsena. A ospitare le note dei concerti sull'acqua. A battezzare fidanzati che hanno gioito. Trepidato. Pianto. Sperato. Come lui, il Nibbio. E, quando gli hanno detto che Expo era passato e la festa era finita, ha tolto il disturbo ma è rimasto in zona. L'estate successiva si è ripresentato con il volto tirato a lucido dagli esperti di belletti per imbarcazioni. Come dodici mesi prima.

Quando l'ultimo dei suoi simili solcò quelle acque era il 31 marzo del '79 e il barchett era già finito in rimessaggio da 66 anni. Il Nibbio ha visto andarsene tutti i suoi congiunti. Sotto il peso dei decenni e della ruggine. Tristemente incamminati verso il deposito dei ferri vecchi. Sono rimasti solo lui e suo fratello. Rintanati a Castelletto di Cuggiono nella culla di un armatore.

E a qualcuno devono essere tornate alla mente le parole di Emilio Tadini, «un pittore che scrive, uno scrittore che dipinge» come ebbe a definirlo Umberto Eco, sottolineandone le vocazioni. «Milano ha un bisogno assoluto di segni forti. Per riconoscersi. Per riorganizzare la propria memoria. Per dare coesione alle proprie forze, destinandole a un'azione futura. È un'esigenza essenziale che non può essere ignorata. La cultura è l'anima di una città, la lingua ben connessa attraverso la quale una città parla per esprimere il senso più profondo del proprio esistere».

A Navigli Live, associazione senza scopo di lucro e con immensa passione, se ne sono ricordati. La trafila, fatta di carte e permessi è stata lunga ma, per il secondo Expo milanese di sempre, il Nibbio era lì. A fare la sua parte. A suo modo, assomigliava a una sorta di vendetta. Mista a emulazione. Non voleva saperne di arrendersi alla pensione mentre qualche suo simile, che aveva raggiunto il vitalizio navigando centinaia di anni meno di lui, stava lì un po' irregolare e un po' clandestino, davanti alle Scimmie, a ospitare le gozzoviglie di sabato sera al malto. Sigarette bruciate fino all'anima. Musica urlata contro il cielo. Lacrime goffe che sciupano trucchi distratti. Con la fine dell'estate il Nibbio è tornato dov'era. Gli hanno già imposto la pensione bis, ma lui è tipo da colpi di scena. E di tirare i remi in barca non ne vuol sapere.