Studenti in coda all’università per andare a lavorare in Cina

Il futuro guarda a Oriente. E anche le università cercano di preparare i loro studenti alle nuove prospettive. Questo il senso di «China day», evento organizzato dall’Università Statale, dall’Istituto Confucio e dall’agenzia per il lavoro Articolo 1. Una giornata di orientamento per i giovani cervelli che vogliono studiare negli atenei del gigante asiatico a cui hanno partecipato oltre duecento universitari milanesi. Alcune decine di questi hanno anche lasciato il loro curriculum e hanno incontrato i rappresentanti di alcuni importanti aziende che già operano in Cina. Preziose per i giovani intraprendenti anche le testimonianze di Davide Vona, vicepresidente di Sinaforum, e Massimo Cipolloni, manager della Chataway Pacific Airways.
Entrambi i sinologi sono stati tra i primi a intraprendere gli studi nel paese asiatico quando, negli anni Ottanta, non era ancora presente una struttura come adesso: «Quando studiavamo là – ha raccontato Vona – nel campus avevamo l’acqua calda solo due ore al giorno, e esistevano solo una ventina di borse di studio ministeriali, come ora, ma – ha concluso – a queste se ne sono aggiunte molte altre di università e aziende e gli atenei cinesi hanno strutture molto sviluppate». Entrambi, all’epoca, hanno trovato subito lavoro anche in campi di cui ignoravano tutto per il semplice fatto di conoscere la lingua. Vona diventò per un periodo rappresentante di una ditta farmaceutica svizzera senza conoscere il settore, ma i tempi sono cambiati anche per questo: «Non basta più sapere la lingua – hanno precisato i due - ora le aziende cercano chimici e avvocati che oltre alla laurea conoscono perfettamente la lingua e anche la conoscenza della cultura del paese non è secondaria». Potere dell’espansione economica cinese degli ultimi decenni, a cui hanno fatto riferimento anche i rappresentanti del consolato asiatico presenti all’evento, citandola come un’opportunità di sviluppo per due paesi così ricchi di cultura.
Un esempio è la crescita esponenziale del volume del commercio tra i due paesi: se nel 2011 è stato di 51 miliardi di euro, le stime cinesi calcolano che già nel 2014, o al più tardi nel 2015, potrebbero arrivare a 100 miliardi. Un rapporto anche culturale che già esiste anche se è molto al di sotto delle medie europee: se in Italia vivono circa 10mila studenti del gigante asiatico, in Inghilterra sono 90mila e in Francia 30mila. Un ritardo che si sta colmando visto che ogni anno per il corso di lingua che permette di avere il diploma di conoscenza della lingua, certificato dal governo cinese, si contano cinquecento studenti. Senza contare che solo in Lombardia ci sono già diciotto scuole superiori in cui si insegna il cinese e stanno aumentando le richieste per corsi dedicati ai giovani con meno di 15 anni. E non sono solo per gli italiani che intravedono come un investimento per il futuro l’apprendimento della lingua più parlata al mondo, ma anche i cinesi di seconda generazione che hanno imparato l’italiano nelle scuole del Paese e a casa al massimo hanno appreso il dialetto della zona di provenienza dei genitori. Per questo alcuni istituti si stanno attrezzando per iniziare i corsi già alle elementari. Un’espansione a tutto campo insomma, dall’economia ai primi passi nella scuola fino ai master universitari che quest’anno hanno visto partire una ventina di studenti che torneranno preparati per diventare a loro volta docenti di cinese.