Studenti, operai e colf. La polizia smaschera 22 pedofili del web

Tra i 4 arrestati però solo uno resta in cella La rete d'insospettabili segnalata dal Canada

Il materiale pedopornografico non solo era tantissimo, ma strutturato e classificato con una tale cura - grazie a un sistema di «cattura» automatica del materiale per facilitare l'utilizzo degli addetti alla ricerca - che mai gli investigatori avrebbero potuto pensare a foto e video hot scaricati accidentalmente. Gli «amanti del genere», senza mai palesare la propria identità ma fornendo dei nickname, seguivano una procedura abbastanza comune in casi simili: s'incontravano sul web prima in una sorta di anticamera, per sondare le intenzioni altrui e attendere il permesso di membri più anziani provvisti di segni distintivi e di un particolare status, quindi entravano nella vera e propria «stanza» dove ciascuno poteva così liberamente parlare di quel che voleva come voleva.

Andava avanti dall'anno scorso l'inchiesta sui pedofili online del Compartimento di polizia postale e delle comunicazioni Lombardia guidato dal dirigente Salvatore la Barbera, con la coordinazione del pm Christian Barilli della Procura di Milano. Gli inquirenti avevano colto al volo la segnalazione dell'organo canadese National Child Exploitation Coordination Centre su utenti italiani che, usufruendo dei servizi dell'applicazione «Kik Messenger», diffondevano materiale pedopornografico. Così sono arrivati a un gruppo di 22 persone (quattro gli arrestati, gli altri sono indagati a piede libero) che si scambiavano materiale pedopornografico tra la Lombardia, il Lazio, il Veneto, l'Emilia Romagna, la Toscana, le Marche e la Campania. Tutti uomini tra i 25 e i 60 anni, di tutte le estrazioni sociali, con bagagli culturali medi, ma perlopiù studenti, operai single, disoccupati e pensionati. «I classici insospettabili» hanno spiegato gli investigatori.

Nel dettaglio gli arrestati - catturati in flagranza mentre si scambiavano foto e video di bambini anche costretti ad atti sessuali - sono un 30enne impiegato della provincia di Torino, uno studente 25enne della provincia di Latina (ora ai domiciliari), un disoccupato bolognese di 46 anni e un disoccupato napoletano 31enne (entrambi scarcerati con obbligo di firma). Rischiano tutti una condanna a sei anni di carcere.

Tra gli indagati solo sei sono lombardi, precisamente di Monza, Bergamo, Mantova e della provincia di Pavia. Tra questi spunta anche una collaboratrice domestica, anche se la polizia postale lombarda sospetta che dietro al suo profilo ci possa essere un suo familiare.

Durante le perquisizioni di appartamenti e uffici sono stati sequestrati oltre 20mila tra video e immagini realizzati soprattutto in Asia. Questo materiale era all'interno di 26 smartphone, sette notebook, 18 hard disk, quattro tablet e numerose pen drive.

Grazie alla segnalazione giunta dal Canada la polizia postale lombarda ha individuato gli indirizzi Ip da cui provenivano gli scambi, ma a quel punto anche le intestazioni delle reti riconducevano a nomi inventati. Gli investigatori, infatti, hanno dovuto analizzare oltre 15mila connessioni per individuare la rete di pedofili.

PaFu