Sua Santità trova da Scola l'unico porto accogliente

Sala vede il Dalai Lama a Linate, il Vaticano non lo invita. "Il Papa? È preoccupato per i cristiani in Cina"

Sarà l'emozione di riparare a un torto. Si stringe il cuore di chi assiste a questo incontro speciale: due uomini teneri e imponenti, chiusi in abiti strani e colorati, si avvicinano, si sfiorano, si toccano. Un arcobaleno di civiltà che si mischiano. Due grandi vecchi, maestri di spirito e di vita.

Tenzin Gyatso, quattordicesimo Dalai Lama, massima autorità spirituale del buddismo tibetano, ha 81 anni ed è in esilio dal Tibet dal 1959, da sempre, se sempre nella vita di un uomo è un tempo che dura cinquant'anni e oltre. Angelo Scola, centoquarantasettesimo arcivescovo di Milano, professore e cardinale, compirà 75 anni il 7 novembre e vive l'attesa di un ritiro che a qualcuno può somigliare a un esilio, in questo tempo di happy ageing, un modo di dire che invecchiare è bello se si rimane giovani leoni. Non è la prima volta che si incontrano, è accaduto almeno altre volte in passato, ma oggi è una giornata speciale.

Il Dalai Lama arriva in Arcivescovado come in un porto sicuro dopo la tempesta, accolto con affetto dall'arcivescovo e dai suoi vicari schierati. Se non fossero severi sacerdoti in abito talare, verrebbe da dire che lo coccolano. La gentilezza dell'abbraccio è merce rara di questi tempi, anche, soprattutto, per un premio Nobel per la Pace in passato non ricevuto dal Papa, ieri insignito della cittadinanza onoraria di Milano eppure quasi schivato da Giuseppe Sala. Al suo atterraggio a Linate, dove il Dalai Lama è arrivato con un aereo privato, il sindaco gli ha concesso un incontro formale: tè nero e biscotti a colazione in una saletta dell'aeroporto per non inferocire una comunità cinese potente e rumorosa.

Così, quest'abbraccio tra fratelli di religione diversa tocca anche un uomo abituato a mostrare il suo lato forte e a tratti duro come Scola. Il Dalai Lama scende da una Bmw, prende la Kata, la lunga stola tibetana intrecciata di fili bianchi che è il simbolo della felicità, l'avvicina alla sua fronte da monaco e la offre a un cardinale commosso.

Poco dopo, al tavolo dell'incontro, scoppiano le risate. «Ah ah ah ah», «ih, ih, ih, ih» esplode spesso Tenzin Gyatso. È un uomo che trasmette allegria e, chiediamo venia ai buddisti per la semplificazione tagliata con l'accetta, abituato per spirito a cercare il buono nelle cose. Un non violento che ha trovato nell'ironia la più potente delle armi per difendersi da chi non lo vorrebbe nemmeno tra i piedi. «Le proteste? Sono normali quando arrivo» dice come se ormai ci fosse tanto abituato da non trovare motivo di scandalo. E non si tratta solo di Sala o di altri politici.

C'è il mancato invito che pesa e che accomuna, al di là delle intenzioni, il Dalai Lama e il cardinale. È quello di Papa Francesco, anche perché ha colpito Tenzin Gyatso proprio in uno dei temi a lui più cari, il dialogo interreligioso. All'udienza con i Nobel nel 2014 e poi alla veglia della pace di Assisi, nel settembre scorso, il Dalai Lama non è stato invitato da Francesco, nonostante fosse accanto a Giovanni Paolo II nel 1986, la prima volta che avvenne quell'evento ai tempi rivoluzionario. È capitato anche all'arcivescovo Scola di ascoltare malignità sugli incontri mancati con Papa Francesco: il rinvio della visita del Papa a Milano, dovuto a impegni per il Giubileo, e due udienze romane diventate impossibili. Un improvviso malore di Bergoglio.

Arriva la domanda al Dalai Lama: deluso? «Certo, il punto è che il Vaticano è molto preoccupato per la sorte di alcuni cristiani in Cina. È una preoccupazione genuina che deve essere rispettata e non voglio creare nessun problema in quella direzione». Poi ricorda: «L'incontro dei Nobel nel 2014 era previsto in Sudafrica ma le autorità non mi diedero il visto. Gli altri Nobel si rifiutarono di partecipare e allora lo spostarono a Roma... A volte sembra quasi che dove vado creo problemi!». L'arcivescovo non aggiunge nulla, ma sembra di sentire un'eco di saggezza.