Sulle rive del borgo lombardo che stregò musicisti e poeti

Una guida storica riscopre il passato di Bellagio Quando i «vip» erano Liszt, Sthendal e Flaubert

Manzoni non ha scritto tutto. Sull'altro ramo del lago di Como ci sono molte storie che avrebbero potuto divenire capitoli della love story più contrastata del Seicento. Ed oggi Bellagio le riscopre, attraverso un nuovo percorso che va alle radici del tempo ed una nuova guida Scoprire Bellagio - che, però, parla d'antico. A pensarla è stata la storica Lucia Sala, esperta di res locali, in collaborazione con il Comune, che ha donato il libello a tutti i cittadini, affinché ripassassero una storia di cui sono anch'essi protagonisti. Obiettivo? Incuriosire, oltre la ribalta dei rotocalchi e delle imitazioni hollywoodiane. Perché sì, è vero che qui, fra eleganti boutique di seta ed artigianato rigorosamente scolpito in legno d'ulivo, i turisti non mancano mai. È vero che in molti si passano con gusto il tovagliolo sul viso, dopo avere gustato riso e pesce persico o il toc con missultitt (polenta con formaggio e pesce essiccato ndr., trademark del luogo). Succede sia nelle trattorie più ruspanti, sia nello stellato diretto da Ettore Bocchia, padre della cucina molecolare che ha il suo regno nell'unico grand hotel del luogo che ha festeggiato insieme 101 anni di storia ed il premio come miglior hotel italiano, secondo il travel and leisure world best awards. Nessuna sorpresa se si pensa al blasone dei luoghi: qui oggi arrivano George Clooney e Barack Obama e, da pochi giorni, è stato installato un nuovo memorial a Jfk che soggiornò a Bellagio nel giugno del 1963. A Las Vegas un hotel - pur senza la forma ad Y rovesciata di questo lago - è un inno a questi luoghi e Bellagio è ormai un brand che perfino Dolce e Gabbana hanno riproposto nelle loro T-shirt. Eppure il merito è di «influencer» di altri tempi. Prendi Ferenc Liszt: dall'Ungheria con amore, prese casa qui con la sua seconda moglie, la contessa D'Agoult, fra elisir d'amore e note romantiche. Ed un consiglio: «Quando vorrete scrivere la storia di due amanti felici, scegliete le rive del lago di Como», scriveva nel 1837. Stendhal, pochi anni dopo, ambientava fra il promontorio di Bellagio la Sfondrata - e Griante quasi metà del suo best seller La certosa di Parma e buona parte delle intemperanze del giovane Fabrizio del Dongo. Gustave Flaubert andò anche oltre: visitando il parco di villa Serbelloni scrisse parole definitive: «Qui si vorrebbe vivere, ma anche morire». E allora basta col ritmo del turismo mordi e fuggi o di soli magnati stranieri: passeggiando per il borgo si vedono sempre più giovani. Sarà qualche locale in più dove tirare anche un po' più tardi, «Oppure la mancanza cronica di parcheggi che costringe a lunghe, giovanili, sgambate verso i nuovi posti auto un po' fuori dal centro», nota qualche laghée dalla battuta pronta, ma il nuovo trend è scoprire, a piedi a passo lento, le piccole grandi cose e non solo i cliché che tutti si aspettano da un must del Belpaese. Ed allora c'era una volta il castello di Bellagio ed il suo borgo turrita. Le mura si intuiscono ancora: fra l'infilata di gradini della salita Serbelloni, proprio dove abitava Liszt, e poi su dove quel campanile di oggi era la fortificazione di ieri. Anche il lago era molto diverso: dove oggi ci si accomoda fra bar fanée, come il Rossi, con boiserie in stile liberty, c'erano solo reti da pesca stese al sole e le darsene dei pescatori. Sui muri accanto ai locali dove ad ogni happy hour si shakerano cocktail e aperitivi, gli anelli degli ancoraggi lo ricordano: l'acqua lambiva i portici del centro e questo era un attracco, non un approdo della movida. Del resto il Lario, prima della diga sull'Adda che oggi ne frena la passione, era più capriccioso: per vedere dove seppe arrivare, più volte, nell'Ottocento, una colonna bigia, inglobata nel hotel Florence ricorda tutte le «esondazioni». In barca arrivarono tanti guai, come i vicini di Varenna: piagati dalla peste portata dai lanzichenecchi sì, quelli di Manzoni e di «quel ramo» del lago ottennero aiuto dai bellagini solo a distanza. Per evitare il contagio, soldi e viveri venivano depositati al largo della punta di Bellagio, sul sass del pan, una rupe che sporgeva dalle acque, temuta, in tempi più recenti, da barche e traghetti finché non la si limò, per portarne una parte proprio in paese, accanto all'hotel Suisse, ad imperitura memoria della «ponderata» generosità della gente di qui. Una volta la pesca al largo fu, però, davvero prodigiosa: fra le reti un pescatore si ritrovo «L'intero», una statua di Gesù appena deposto dalla croce. Pazienza che, più che intero la corrente avesse consegnato un entierro, sepolto in lingua spagnola. Per tutti è rimasto intero, non rotto, certamente, ma soprattutto miracoloso. Così lo chiamano così ancora oggi, quando lo portano in processione a Pasqua, con scenografico corteo che sembra uscito dai riti della semana santa andalusa. L'avesse saputo Don Lisander, c'è da scommettere che Bellagio in quel suo libro ci sarebbe finito di sicuro.