Il tesoro di San Dionigi rispunta a Porta Venezia

Team di archeologi ha scoperto il fianco destro e la facciata della chiesa che risale all'anno Mille

Si muovono come rabdomanti moderni, spingendo i loro sofisticati radar sull'asfalto, ma nel cuore hanno la stessa gioia degli archeologi dell'Ottocento che, scavando con lo scalpello, indagavano un passato ancora oscuro. Qualche rallentamento, automobilisti incuriositi e tanta voglia di saperne di più. Fino a settembre, porta Venezia e piazza Oberdan si trasformano nella collina di Hissarlik. Ma Troia non è più da cercare: eureka. Loro, gli archeologi della Sovrintendenza hanno già trovato lo scorso autunno ciò che cercavano. Secoli per individuarla, meno di un anno per scavarla. È la chiesa di san Dionigi, la quarta delle basiliche ambrosiane, che ancora mancava all'appello.

«Limata» nel 1554, per far posto alle mura spagnole e demolita nel 1787, dagli Asburgo, per dare corso al nuovo piano regolatore che lì - all'ingresso orientale della città - intendeva ampliare i giardini pubblici firmati da Piermarini. Non è una basilica bensì tre chiese insieme: quella paleocristiana, voluta da Ambrogio fra IV-V secolo, quella dei secoli IX-XI che è rappresentata fra le mani del vescovo Ariberto nella celebre croce conservata al museo del Duomo, fino alla chiesa cinquecentesca. Tutto inghiottito in poco più di tre metri di terra.

Recentemente un team di 5 archeologi - guidati da Antonella Ranaldi, sovrintendente per archeologia, belle arti e paesaggio - sapeva di essere vicino all'obiettivo, ma l'emozione della scoperta, anche nel terzo millennio, è sempre grande: «San Dionigi spiega Ranaldi fu a lungo cercata senza esito. La tecnologia moderna ci ha dato una grossa mano». Nel 1971 i primi scavi portarono alla luce solo una porzione di mura tardo antiche, nel 2003 se ne interessò, senza fortuna, anche il museo Civico Archeologico. Il prodigio che ha permesso oggi la svolta si chiama georeferenziazione: le carte storiche più affidabili sono state digitalizzate e sovrapposte alla cartografia attuale del Gis, sistema informativo geografico. E grazie a un finanziamento di 60mila euro del ministero, si sono trovati il fianco destro e parte della facciata della struttura dell'anno mille in cui la chiesa di Ambrogio era «confluita». Nulla resta, invece, di quella cinquecentesca.

Una rosa di marmo e tre sepolture hanno raccontato anche di più su questa chiesa che Ambrogio dedicò al predecessore. Ora i reperti sono nelle mani di quattro università Cattolica, Insubria, Pavia e Politecnico che collaborano per la parte di studio e valorizzazione. Scheletri e ossa sono affidati al Labanof - il laboratorio di antropologia forense diretto da Cristina Cattaneo - e confluiranno in un progetto di catalogazione, una sorta di «biblioteca» degli scheletri rinvenuti negli scavi della città. Intanto sono arrivati altri finanziamenti privati, circa 55mila euro, da Mondadori retail e Fondazione Luigi Rovati, fondamentali per la ripresa degli scavi. «Ora cerchiamo il resto della chiesa e poi valorizzeremo il sito spiega Ranaldi -: non pensiamo all'ennesima zona archeologica, sempre di difficile gestione, ma a un progetto che, nel giro di un anno, ne segni anche in superficie la memoria». Nessuna area tipo via Brisa (pre restauri) ma pannelli, multimedialità e realtà aumentata per raccontare una storia antica. Anche perché gli scavi non potranno spingersi sotto i bastioni di Porta Venezia. E Ambrogio sarebbe d'accordo.