Toscanini, vita e note di un genio italiano

Al Museo della Scala una mostra con foto e registrazioni. Il concerto speciale di Chailly

Piera Anna Franini

«Non capite un cavolo! Vergogna. Orrore. Porcheria». Sono le parole di fuoco - espresse con occhi di brace - di Arturo Toscanini, l'uomo che più e prima di tutti ha incarnato la figura del direttore d'orchestra. Fu professionista severo, esigente, anzitutto con se stesso, capace di scagliare fulmini e saette sulle orchestre quando non traducevano quello che aveva in testa. Per questo dai musicisti con cui lavorava veniva temuto, ammirato ma in fondo amato. Queste ed altre reprimende sono finite nelle registrazioni delle prove d'orchestra toscaniniane, fra i pezzi forti della mostra che il Museo della Scala dedica a Toscanini a 150 anni dalla nascita e 60 dalla morte. L'ha curata Harvey Sachs, il numero uno in materia, e Franco Pulcini in collaborazione con Rizzoli Libri Illustrati, editore del volume «Arturo Toscanini. La vita e il mito di un maestro immortale».

Non è tutto qui. Domani, giorno del compleanno di Toscanini, il direttore musicale Riccardo Chailly firma un concerto straordinario alla presenza del Capo dello Stato, in una serata divisa fra la Settima Sinfonia di Beethoven, Stabat Mater e Te Deum dai Quattro Pezzi Sacri di Verdi. Chailly raccoglie il doppio testimone. Come Toscanini guida la Scala e pure l'Orchestra di Lucerna.

Così come entrambi amano disciplina, basso profilo: in breve, stare sul pezzo (musicale). Toscanini dedicò alla Scala 15 stagioni come direttore musicale e artistico, fu poi presente in altre dieci. Meno di quanto si pensi, a conti fatti. Eppure impresse una tale svolta al teatro da diventarne uno dei simboli imperituri. Fu il Lutero, o meglio ancora, il Calvino della Scala, grande riformatore nel nome di sobrietà ed efficienza. Fece studiare i cantanti, ne limitò i protagonismi vietando loro di concedere bis. Impose alle spettatrici di non indossare i cappelli durante le rappresentazioni. Riorganizzò l'orchestra scritturando i più grandi talenti dell'epoca, riformò il repertorio, fece installare un moderno impianto elettrico e una vera e propria buca d'orchestra. Si spinse anche nei territori della sovrintendenza, con la quale non mancarono frizioni e divorzi, infatti elaborò nuovi sistemi di finanziamento: coinvolse le autorità politiche cittadine e privati benestanti. Il teatro lo visse nella sua totalità. All'inizio del percorso della mostra, troverete una postazione dove poter sfogliare virtualmente le prime pagine di Fastaff nell'interpretazione di Karajan, Serafin e Toscanini.

E lì è chiaro cosa si intenda per fedeltà al testo. La semiminima è semiminima, croma è croma, forte forte e piano piano. Tutto è rispettato. Paladino della verità musicale, il Maestro analizzava le partiture sino allo sfinimento, le voleva rispettare in base al principio per cui «Il direttore non deve creare. Deve eseguire».