La vegetazione urbana di Cavaliere

A Palazzo Reale l'antologica dello scultore romano che visse in città

"Viva la libertà", una delle sculture di Alik Cavaliere

«Nessun artista, nella scultura del Novecento, ha scolpito il mondo della vegetazione come Alik Cavaliere», spiega la critica d'arte Elena Pontiggia. Siamo nella Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale e qui, tra gli specchi e le colonne che portano addosso le conseguenze dei bombardamenti, si stagliano una ventina di opere realizzate dall'artista tra gli anni Sessanta e la metà degli anni Novanta: la monumentale «Grande Pianta. Dafne», il raffinato «Omaggio a Magritte», la suggestiva «Gabbia con cardo».

Fuori, nel cortile del museo, le grandi sculture della «Metamorfosi» e dei «Giochi Proibiti» dei tardi anni Cinquanta, incredibilmente leggere seppur fatte di cemento. Al Museo del 900 è invece esposto un ciclo di opere che raccontano le surreali vicende del signor Gustavo B, una sorta di alter ego dell'artista che, nato a Roma nel '26, scelse la via De Amicis, a Milano, quale sede per il suo atelier. Dalla sua morte, avvenuta giusto venti anni fa, lo studio si è trasformato in un centro artistico che espone anche in questi giorni i lavori di piccole dimensioni. «Alik Cavaliere. L'universo verde» (fino al 9 settembre, ingresso libero) è quindi un'antologica curata da Pontiggia come una mostra diffusa su più sedi, con la Sala delle Cariatidi quale fulcro. Domina il carattere vitale della sua scultura, in perenne bilico tra leggerezza e drammaticità. Alik Cavaliere, artista colto, amava Lucrezio, Ovidio, Campanella e Giordano Bruno: il De Rerum Natura di Lucrezio ha ispirato fin nei titoli molte delle sue opere, sculture che si muovono tra osservazione della natura e consapevolezza della caducità del tutto. Affascinato da Giacometti, Cavaliere realizza sculture naturali che sono prima di tutto linee sottili nello spazio: gli alberi, i cespugli, le foglie, le mele e le pere che plasma sono realistiche, eppure surreali, enigmatiche a tratti. Alik Cavaliere è abile a sfruttare le potenzialità di materiali versatili come il bronzo e l'ottone per riprodurre la complessità della realtà, lavora con certosina cura sulla fusione dei materiali e, a partire dalla metà degli anni Sessanta, inserisce elementi di «vegetazione cittadina» (un rametto, una foglia, una gemma magari trovati al Parco Ravizza) nelle sue opere, rimaneggiandole di continuo. Era artista da bottega: nella selva della sua produzione, l'«universo verde» è al tempo stesso innocente e sfuggente (e non finito) come la Dafne che domina la Sala delle Cariatidi.