La verità di Lissner sugli «sgarbi» di Pereira alla Scala

Cala il sipario sulla stagione di Stéphane Lissner alla Scala. Non ci saranno chiamate a proscenio per il sovrintendente che, dopo nove anni in chiaroscuro, costellati di scontri e controversie con i critici e non solo, dall'1 settembre approda alla direzione dell'Opera di Parigi. Gli subentrerà Alexander Pereira, un nome e un cognome che ieri l'uscente Lissner non ha mai pronunciato, in quasi due ore di bilancio - anche contabile - della sua permanenza alla guida scaligera.
Pereira insomma è il grande assente, sempre presente. Una sorta di fantasma del palcoscenico nascosto dietro molte parole e tante perifrasi. Lissner alterna grande diplomazia a un'insospettabile aggressività. Non nomina il suo successore, ma ne definisce il comportamento in via contraria: «Ho impostato la stagione 2014-2015 e l'ho presentata al cda con tutti i titoli e i conti in pari. So che sono state modificate alcune cose. Io arrivo a Parigi, ma al lavoro del mio predecessore non ho toccato una virgola».
Messaggio chiaro, insomma, che diventa chiarissimo quando si tratta di ridare smalto a vecchi attriti con il focoso critico del Corriere della sera, Paolo Isotta: «Sono molto felice di averlo fatto fuori. Il razzismo non ha posto in questo teatro». Lissner implacabile con l'uomo, è più cauto con la stampa. Ne sottolinea gli errori - «Tristano e Isotta» e «Lohengrin» non sono due coproduzioni ma due spettacoli della Scala, come tutte le prime - ma ne ammette i fisiologici alterni giudizi: «Un giorno mi trattano bene, un altro male. Ho vissuto nove anni tra elogi e bocciature». I violini suonano solo per la Rai: «È l'unica televisione che ha un rapporto così forte con il suo primo teatro ed è per me molto positivo. È stato un partner forte».
La domanda delle cento pistole però non la pronuncia nessuno. Aleggia tra le pareti degli uffici scaligeri, ma nessuno la tocca. Il clima di tensione palpabile non ammette deroghe al copione. Non si recita a soggetto. E lui, Lissner, ne lambisce fugacemente il confine: «Non ho fatto co-produzioni con Salisburgo». Una frase che non avrebbe risvolti, se non fosse per quelle accuse malandrine... Per quelle ombre di un operato talvolta messo in discussione. Frase che ha il fragore di un tuono quando il sovrintendente uscente, parlando di bilanci e crude cifre, aggiunge: «Non ho fatto acquisti da altri teatri, ho venduto più che acquistato».
Stéphane Lissner dà i numeri. Sono 172 le produzioni, divise in 117 per l'opera e 55 per il ballo, cui si aggiungono 26 co-produzioni complessive. Ci sono stati scambi culturali. Con il Covent Garden di Londra, ad esempio. La Scala ha mandato in Inghilterra «Nabucco» e «La donna senza ombra», ospitando «Falstaff» e «I troiani». Più ridotto il capitolo affitti, cioè gli spettacoli affidati a un teatro perché fossero presentati. Nei nove anni della gestione Lissner ne sono stati fatti 15.
I conti sono stati scrupolosamente curati. E altri conti sono stati fatti anche con la crisi che ha scompaginato fondi e, di conseguenza, programmi. Ma se il sovrintendente accetta che un'economia disastrata abbia condizionato privati e aziende, non accoglie la stessa giustificazione per lo Stato: «Il governo destina lo 0.60% alla cultura, ma loro possono decidere di portarlo allo 0.80%. È una questione di volontà politica, la crisi non c'entra. La cultura va sostenuta come la salute e la ricerca. Il teatro non dev'essere privatizzato, ma potenziato». Prima del sipario, il sogno rimasto nel cassetto: «Ho scritto più volte a Muti, offrendogli di dirigere quello che vuole. Non mi ha mai risposto».