Viaggio nel liberty milanese tra arte e palazzi primo '900

Dalla stazione al Diurno e al monumento di Cavallotti Un libro censisce le tracce di questo stile architettonico

Stefano Giani

L'eterno durò quindici anni. L'assurdo concettuale è la sintesi del liberty, un adolescente già vecchio che tramonta ma non muore. Le testimonianze di un fulgore mai offuscato, ma soltanto passato di moda, sono lì. Tra strade e piazze. Fra case e palazzi. Dove si passa distratti sotto fregi classici o classicheggianti. Dove forme naturali profumavano di avanguardia e oggi sono il trapassato. Remoto. Milano, che guarda il futuro e lo anticipa appena può, se ne era innamorata subito. Era il 1899. Scadeva un secolo fatto di cambiamenti e ne iniziava un altro fatto di rivoluzioni. Quella del liberty fu la più pacifica.

Sotto la Madonnina la scintilla scoppiò immediata e fu amore a prima vista per quello stil nuovo nato oltreoceano. Siccome era una moda, come tutte le mode... passò di moda. Ma la metropoli, archivio architettonico a cielo aperto di linee ed epoche, ne conserva le tracce e i mille volti di questa tendenza sono registrati nel libro di Massimo Beltrade Milano Viaggio nel liberty (Edizioni Meravigli, pagine 96, 22 euro).

Accenni storici aprono il volume che spiega anche le quattro fasi della sua evoluzione con un «periodo di definizione» che dura fino al 1902, seguito dall'«affermazione» fino al 1906 prima di diventare un «linguaggio diffuso» e dal 1911 iniziare il «declino» concluso nel 1914. Eppur sempre vivo anche a venire, come nel costume del capoluogo lombardo. Perché a metà degli anni Venti e ancora nel '31 le due sedi dell'albergo diurno - in piazza Duomo e piazza Oberdan - ricalcano moduli e modelli intonati a questo stilema.

Quell'amore non era un fuoco di paglia, dunque. Ed era chiaro dalla generosità con cui Milano si era adornata dei suoi fregi. Non li adattò solo alle case dei ricchi, forse anche perché in quello scorcio di secolo stava prendendo forma una nuova classe sociale. All'aristocratica nobiltà d'antan andava sostituendosi una borghesia industriale e mercantile non meno attenta e Palazzo Castiglioni, in corso Venezia 47, prese forma così. Era il 1903 e si legava direttamente a un'arte e uno sfarzo quasi settecenteschi, messi alla berlina dall'irriverenza popolare che non tenne mai a mente quel cognome e lo ribattezzò con il più ruspante «Cà di ciapp». Merito e onore alle due statue ai lati dell'ingresso. La Pace e l'Industria sono donne. Prosperose e seminude.

I milanesi non furono clementi con loro. In compenso sono sempre stati orgogliosi del monumento a Felice Cavallotti in via Senato, trasferito dallo slargo di fronte all'Ambrosiana dove originariamente fu posto. Il politico, poeta, drammaturgo e patriota è raffigurato dallo scultore Ernesto Bazzaro in tre momenti della sua vita. Durante un discorso. Tra la gente nel periodo del colera del 1884. E alle sue esequie seguite dalla moltitudine di persone che lo compiansero.

Ancora una volta le classi sociali erano protagoniste. Cavallotti morì in duello, dopo essere stato sfidato dal direttore della Gazzetta di Venezia, Ferruccio Macola. Un garibaldino contro un conte. Con la sciabola, vinse il secondo. Ceti che si incrociarono anche alla Palazzina liberty, nome che è un programma. Aprì nel 1908 per ospitare il mercato ortofrutticolo in fuga da largo Augusto, ormai sempre più centrale. Vi rimase fino a metà degli anni Sessanta quando fu espulso in periferia. E nella palazzina arrivò il soccorso rosso di Dario Fo. E la contestazione.