Il vino di Como, una lunga storia da bere

Miglio, studioso e autore di un nuovo saggio: dalla Verdese bianchi «tranquilli»

Quel vino del lago di Como... ehm, forse il «manoscritto» non diceva proprio così ma, si sa, la bacchica ebbrezza del nettare degli dei permette a volte di abbandonarsi a «licenze poetiche». Quando poi è vino eccellente, genuino e antico, perché non promuoverlo a protagonista di una storia? Ad esempio quella, nobile e ad alterne fortune, della viticoltura sulle sponde di uno dei laghi più belli del pianeta, che tutto il mondo ci invidia, dalle star di Hollywood ai magnati russi e cinesi: il Lario appunto.

A raccontarcela, la storia, con passione e rigore, è Leo Miglio, ordinario di Fisica della materia e studioso di livello internazionale che, accanto all'attività scientifica, coltiva da sempre l'interesse per la terra e per i vini, ereditata dal padre Gianfranco, noto in Cattolica, dove insegnò per anni e fu preside di Scienze politiche, come «l'unico docente che ordinasse libri di agricoltura». Milanese di nascita, comasco nell'anima e da sempre innamorato di quelle terre, Leo Miglio ha appena pubblicato per l'editore Cinquesensi il bel volume Civiltà del vino sul lago di Como (28 euro, prefazione di Mario Fregoni). Due millenni di storia ripercorsi in 168 pagine che non si limitano a glorificare i fasti che furono: certo, si parte dal passato e dalla storia di un «terroir» felice, ma si approda, tra crisi e rinascite, alla situazione attuale, che vede il territorio oggetto di una nuova attenzione da parte di alcuni produttori coraggiosi e tecnicamente preparatissimi, tra cui lo stesso autore, determinati nel far salire i valori di conoscenza e stima di questi vini. L'area con al centro Domaso, paesino di origine della famiglia Miglio e «cuore» spirituale della ricerca, ha un'unica varietà veramente autoctona, la bianca Verdese, che fu iscritta nel Registro nazionale solo nel 1996 ed è perciò autentica rappresentante del lago di Como: tra i sinonimi troviamo «Verdesa», come amava chiamarla Gianfranco Miglio, «Verdona» nel Varesotto, «Verdetto» o «Verdamm» nel Milanese e infine «Bianca Maggiore» o «Bianchera», come viene denominata in alcune zone del Lario.

La Verdese ha una buona plasticità enologica, e fornisce bianchi tranquilli, leggeri e armonici. Insomma vini per consumatori attenti e acculturati, come afferma Leo Miglio, che parteggia per i vini di corpo sottile e aromatici contro i «vinoni» che piacciono all'inizio ma alla lunga stancano. L'autore ricorda anche altre uve, ma si tratta di varietà di origine trentina, oltrepadana o francese sebbene acclimatate in tempi remoti.