Violenze sessuali su 12 detenuti: a processo il prete di San Vittore

I «favoriti» - poveri loro - erano quelli ammessi direttamente nel suo ufficio. Per gli altri, c'erano le rassicurazioni. «Non ti preoccupare, è normale». Era normale per Don Alberto Barin - l'ex cappellano del carcere di San Vittore - avvicinare i detenuti, promettergli qualche piccolo regalo, e chiedere in cambio dei favori sessuali. È una storia - una brutta storia - andata avanti per anni, almeno dal 2008 al 2012, quando il sacerdote è stato arrestato con l'accusa di violenza sessuale. Dodici i casi contestati. E per don Barin, ora, si apre la strada del processo. Ieri, infatti, il gip Enrico Manzi ha disposto per il prete il giudizio con rito immediato.
Nel decreto del giudice vengono ricostruite le storie di abusi a cui sarebbero stati costretti 12 detenuti di San Vittore, le «tecniche» con cui don Barin avrebbe adescato le sue vittime, e gli stratagemmi usati per eviatare di finire nei guai. Su tutte, spicca uno specchietto retrovisore utilizzato per controllare «l'eventuale arrivo di persone» mentre approfittava dei detenuti. Un trucco che non gli ha evitato il carcere, dove è finito lo scorso 20 novembre.
Secondo l'accusa, l'ex cappellano di San Vittore faceva leva sullo «stato di bisogno» dei detenuti, che si rivolgevano a lui per avere sigarette, shampoo, saponette, spazzolini - piccoli beni per rendere meno dura la vita in cella - per poi chiedere in cambio favori sessuali. Ma non bastava. Quando i carcerati uscivano dal penitenziario dopo aver scontato la pena, li invitava a passare a casa sua per altre prestazioni sessuali, facendo credere loro che i suoi pareri di «buona condotta» fossero stati utili per le scarcerazioni.
Le vittime erano ragazzi africani di un'età che varia tra i 23 anni e i 43 anni. Dallo scorso aprile Barin è agli arresti domiciliari, che sta scontando in un convento. Come si legge nel decreto del giudice Manzi, l'ex cappellano controllava «l'eventuale arrivo di persone a mezzo di specchietto retrovisore, in modo da tranquillizzare il detenuto», che subiva abusi, «in merito ad una possibile sorpresa in flagranza». Inoltre, Barin «tranquillizzava» i detenuti che manifestavano il proprio «disagio» dicendo che «la sua era una condotta normale, segni di amicizia e che a Napoli “tutti sono soliti fare cos씻. E ancora: il religioso «intensificava» le «visite» di alcuni detenuti «nel proprio ufficio» facendoli sentire come i «favoriti». Il processo si aprirà il prossimo 10 luglio.