Mille giorni per una sentenza: giudici puniti

da Milano

Ritardi colossali nel deposito delle sentenze. Fino a otto anni. Otto anni otto per scrivere le motivazioni di un verdetto, non importa se penale o civile. Numeri sconfortanti e quasi incredibili. Il Csm corre ai ripari con un poker di provvedimenti disciplinari contro altrettanti giudici, più lenti delle lumache. Nell’Italia intasata da milioni di processi civili e penali, una qualche responsabilità ce l’hanno, talvolta, anche i magistrati.
Un’esigua minoranza che però, nel tempo, non sempre è stata punita con il necessario rigore. Ora al Csm la musica è cambiata. E così ecco quattro sentenze e quattro condanne, con pene variabili dalla censura alla perdita di due anni di anzianità.
La censura è stata inflitta a Giuseppe Pellettieri, giudice del lavoro al tribunale di Velletri. Pellettieri navigava fuori dal tempo. E nell’arco di quattro anni, fra il 19 giugno 2000 e il 26 maggio 2004, i ritardi si sommavano ai ritardi.
Più di 1000 giorni per tre sentenze; fra i 900 e i 1000 giorni in nove casi; fra gli 800 e i 900 giorni 10 volte; fra i 700 e gli 800 giorni in 21 casi; fra i 600 e i 700 giorni 67 volte; fra i 500 ed i 600 giorni per 74 sentenze; fra i 400 e i 500 giorni per 68 verdetti; fra i 300 e i 400 giorni in 86 casi». Un bollettino di guerra. Non è finita: Pellettieri, secondo il Csm, era in affanno anche sul versante delle ordinanze. Qui il gap massimo raggiunto era di 345 gioni.
Numeri che hanno portato alla condanna: «Uno dei mali, se non il principale, della giustizia è individuato - si legge nella sentenza del Csm - nell’eccessiva durata dei processi di cui si fa carico anche alla magistratura. Conseguentemente, il magistrato che contribuisce con il suo comportamento colpevole ad allungare la durata dei processi, si rende immeritevole della fiducia». Di qui la sanzione.
Ruolino di marcia disastroso anche per Pietro Vella, giudice a Taranto. Le sue sentenze arrivavano dopo il periodo previsto: con 700-800 giorni di ritardo in 14 casi (in 12 dei quali superiore a due anni); 800-900 giorni dopo il tempo stabilito in 28 casi; con 900-1.000 giorni di troppo dopo in 28 casi. Vella ha addirittura infranto 47 volte il muro dei 1000 giorni; in 21 di questi 47 casi ha cincischiato più di tre anni e 5 volte ha indugiato più di quattro anni, con una punta massima di 1684 giorni. Per la sezione disciplinare del Csm si tratta di «ritardi pluriennali gravemente lesivi del generale interesse pubblico... sintomatici di negligenza e di insufficiente laboriosità, nonché di inadeguata capacità di organizzazione del lavoro giudiziario». Risultato: l’ammonimento.
Ancora più gravi le altre due posizioni esaminate, fra Empoli e Milano. Sabina Gallini, distaccata ad Empoli, aveva accumulato sulla sua scrivania decine di fascicoli, sia sul versante penale che civile: il 31.12.2003, non aveva ancora depositato 3 sentenze assunte in decisione nel 1995, 4 del 1996, 16 del 1997, 9 del 1998, due del 1999, 10 del 2000. Analoga la situazione nel penale: alla stessa data doveva ancora depositare 3 sentenze risalenti al 1997, 5 del 1998, altrettante del ’99, una del 2000, 12 del 2001, 3 del 2002. Il Csm ha disposto la perdita di anzianità per anni due.
Infine Leonardo Gargiulo, giudice del lavoro a Milano. Qui, i “debiti” erano enormi: la situazione, fotografata il 28 febbraio 2004 era quella di un ritardatario cronico, fuori tempo 146 volte, con punte di 955 giorni; un anno dopo aveva depositato solo 23 motivazioni sulle 146 attese. Ma l’elenco è cresciuto inarrestabile e alla data del 30 settembre 2005, le sentenze non depositate erano lievitate a quota 348. «Il tutto in presenza di un’attività lavorativa pressochè nulla, dal momento che nel periodo dal settembre 2004 fino al febbraio 2005 depositava solo 20 sentenze, delle quali, peraltro 17 in ritardo». La pena? La perdita di anzianità di un anno. Nelle scorse settimane Gargiulo ha lasciato la magistratura.