Ministeri o no, il decentramento deve partire

Stato federale contro Stato nazionale, decentramento contro centralismo. Sul piano teorico, queste due coppie di concetti opposti sono indisgiungibili e, per quanto intrecciate fra di loro, si pongono proprio così. Ce lo hanno spiegato i massimi pensatori del federalismo. L’idea dello Stato federale, fondato sul pluralismo di un aggregato di comunità territoriali, si contrappone all’idea dello Stato nazionale, che riconduce tutto all’unità e poggia su una comunità politica - appunto - nazionale, compatta e omogenea. Allo stesso modo, ma su un piano diverso, il decentramento sistematico delle funzioni politiche e amministrative e delle strutture istituzionali si contrappone allo Stato burocratico e accentratore.
Il decentramento si configura pertanto come lo strumento privilegiato per demolire il centralismo, che è uno dei mali endemici e strutturali di questo Paese. E presenta un problema che è sotto gli occhi di tutti, ma di cui nessuno parla: la città di Roma. Con le sue strutture e i suoi apparati, espressione di uno Stato dalle dimensioni davvero pachidermiche e spesso inefficiente, in cui - come sottolineava Gianfranco Miglio - inevitabilmente si annidano pure molte zecche e parassiti, la città capitolina incarna il degrado del centralismo, con i suoi aspetti più deteriori a cominciare dallo sperpero di pubblico denaro. È la rappresentazione concreta di quello Stato che, ogni anno, utilizza oltre la metà del Pil (52,5%: dato Istat 2010) per mantenere se stesso.
Questo è il punto. Non c’è nulla di strano, dunque, dietro la radicalizzazione del confronto politico, in questa delicata fase tra il primo e il secondo turno delle elezioni amministrative, da parte del ministro per le Riforme, Umberto Bossi, che ha rilanciato la prospettiva del decentramento; una prospettiva peraltro già annunciata un anno fa dal prato di Pontida e che da tempo appartiene al convoglio ideologico della Lega. Non c’è neppure nulla di stravagante né di estemporaneo; c’è solo sostanza dottrinaria, dietro le parole di Bossi. Suffragata, per esempio, dal pensiero di Emile Chanoux, uno dei fondatori dell’Union Valdôtaine e autore del testo Federalismo e autonomie (1944), in cui emerge bene la differenza fra federalismo e nazionalismo da un lato, decentramento e centralismo dall’altro.
Questa differenza di piani teorici - perché di ciò si tratta - fu ripresa, all’inizio degli anni Novanta, dai ricercatori della Fondazione Agnelli che, adattandola alle mutate circostanze storiche, elaborarono la proposta della capitale «reticolare». Quella capitale dal volto plurimo, funzionalmente decentrata per quanto attiene alle prerogative degli apparati dello Stato e del parastato, in una serie di sedi operative sulla base delle specifiche vocazioni territoriali: il ministero dell’Industria a Torino, la Marina mercantile a Genova, l’Economia e la Finanza a Milano, la Cultura a Venezia o Firenze. Si tratta della rilocalizzazione delle funzioni della capitale dello Stato, sulla base della migliore esperienza europea (Gran Bretagna, Francia, Germania), secondo un percorso che è del tutto autonomo e indipendente rispetto alla federalizzazione oggi in atto sul piano della fiscalità. In fondo, il congestionamento della città di Roma - epicentro di tutte le strutture e gli apparati dello Stato centralista - è sotto gli occhi di tutti. E il congestionamento è garanzia di inefficienze e sprechi.
Mentre la cultura ufficiale è impegnata a celebrare l’Italia delle «cento città», le reazioni in difesa del centralismo risultano davvero fuori luogo. Passi per la difesa d’ufficio del sindaco capitolino Gianni Alemanno (anche se la questione riguarda solo in parte il comune di Roma). Ma l’attacco che è giunto da Bersani e da Letta - come pure da alcune aree interne al Pdl - si spiega proprio con la non conoscenza dei fondamenti teorici del federalismo. Il decentramento non rappresenta infatti il rilancio del disegno federale su un altro piano. È una cosa diversa. Che con esso si integra alla perfezione e lo sostiene. Decentrare - per quanto sia un’operazione oltremodo complessa dal punto di vista concretamente operativo - significherebbe sconfiggere il morbo canceroso del centralismo, offrire pari opportunità a tutti e la possibilità di entrare nel consesso delle capitali europee a più città, onorando la storia di questo Paese nel 150mo dell’Unità.