Il ministro Meloni: "Basta con gli aborti facili"

Il ministro delle politiche giovanili: "I figli no sono un lusso. Più diritti per i padri, ma sul lavoro bisogna smettere di discriminare le mamme". Il modello: "Dobbiamo prendere esempio dalla Francia"

Roma - Invertire la tendenza che vede «le donne in età fertile discriminate» nel mondo del lavoro, dove «a parità di condizioni, ancora oggi si preferisce assumere un uomo». Intervenire con forza sul piano legislativo, attraverso «seri incentivi alla maternità», in modo da «ribaltare l’approccio ideologico sbagliato» con cui l’Italia  affronta da anni la questione. Perché alla fine dei conti, «la vita ha sempre la priorità assoluta». Giorgia Meloni rovescia lo schema di una società che «considera i figli come beni di lusso». E prendendo spunto dalla lettera-appello pubblicata ieri dal Giornale (Marco, 37 anni, chiede aiuto per convincere la compagna a non abortire),  la titolare alla Gioventù  traccia le linee guida per una «profonda rivoluzione culturale».

Ministro, continua a pensare che «il diritto di abortire è garantito di più, rispetto a quello di mettere al mondo un bambino»?
«Assolutamente sì. Viviamo in una realtà in cui sono state investite molte più energie e risorse allo scopo di aiutare ad impedire la vita, piuttosto che a favorirla. Una battaglia ideologica sbagliata e che persevera, come testimoniano anche le statistiche».

Eppure si legge che in Italia le interruzioni di gravidanza diminuiscono.
«Non è vero, perché si prendono in considerazione i dati in valore assoluto. Basta invece considerare la tendenza reale, il rapporto tra nascite e aborti, per capire come nel secondo caso, da trent’anni, il dato è sempre stabile al 20%. È il risultato di un approccio complessivo da rivedere».

A cosa si riferisce?
«Tanto per cominciare, dobbiamo porre fine alle discriminazioni sul lavoro e intervenire sul versante legislativo, introducendo incentivi alla maternità e il quoziente familiare. Un provvedimento su cui il governo ha posto una priorità da rivendicare quanto prima, compatibilmente con i conti pubblici. È fondamentale favorire le famiglie numerose e l’esempio della Francia lo testimonia».

Si spieghi.
«L’azione combinata quoziente-incentivi ha portato a un incremento anagrafico, in controtendenza con il resto d’Europa, elevando al contempo il livello di occupazione femminile. Pure noi dobbiamo combattere lo schema che vede contrapposte la maternità e la professione. E se non affrontiamo con serietà la questione demografica, il nostro sistema del welfare è destinato a crollare».

Si torna al nodo natalità.
«Non si scappa. Affinché una nazione cresca, la media di figli per ogni donna dovrebbe essere di 2,1, ma in Italia è di 1,3. Non a caso, le proiezioni Istat delineano per il 2050 una popolazione composta per il 35% da over 65 anni».

Fin qui i numeri. Ma con quali azioni concrete pensate di invertire la rotta?
«Insieme ai ministri Carfagna, Gelmini e Sacconi, stiamo lavorando ad una serie di strumenti da offrire presto anche alle giovani donne, in modo da garantire loro, in caso di maternità, il sostegno necessario per completare gli studi e iniziare a lavorare. L’obiettivo è chiaro: tutelare sempre la vita, a prescindere».

Finora non è avvenuto?
«Siamo purtroppo figli di una cultura che, per difendere l’aborto, trattato a volte come semplice metodo anticoncezionale, non ha parlato di tutto ciò che fa rima con prevenzione e non ha considerato l’interruzione come extrema ratio. Da quando è in vigore la legge 194, vi sono stati 4 milioni di aborti. E penso che tante donne avrebbero magari puntato su scelte diverse».

Un esempio?
«Far adottare il proprio figlio».

Come valuta l’appello dell’uomo che non vuole rinunciare a diventare padre?
«La questione è complessa e si rischia di scivolare nella demagogia. Detto questo, è necessario valutare caso per caso, anche se in generale la normativa, che favorisce i diritti del bambino, ha fatto pure passi in avanti verso il padre, attraverso lo strumento dell’affidamento congiunto. Credo sia difficile legiferare in materia , anche  se, quantomeno a livello culturale, reputo che gli uomini possano e debbano essere più coinvolti e responsabilizzati. Lo dico nonostante io non veda mio padre da quando avevo dieci anni...».

Quindi Marco, l’autore della lettera pubblicata ieri, dovrebbe insistere?
«Ripeto, la vita è sempre prioritaria. E dinanzi alla manifesta volontà di un padre nel voler accudire il proprio figlio, una donna intenzionata ad abortire potrebbe magari scegliere di portare avanti la gravidanza e affidare poi il nascituro all’altro genitore».

Situazione diversa, quella di Carmelinda, venticinquenne siciliana, che aggira l’imposizione familiare di abortire e partorisce con uno stratagemma.
«Già, una storia emblematica da cui prendere esempio, che ribalta le leggende negative sui giovani d’oggi. È una vicenda che racconta di coraggio e ribellione, da non confondersi con fuga dalle responsabilità, anzi...».