«Mio padre Giôann Brera, “novellatore” di Olona e di Po»

Il figlio Paolo racconta vita, carriera e passioni del grande giornalista: le estati al tour e a Monterosso, gli amati-odiati «milanes mangiabüsecc», la guerra, il calcio e la scrittura. «Lo sport? Alla fine era stufo marcio»

Luigi Mascheroni

Dal Giro come dal Tour, Gianni Brera tornava sempre a casa abbronzato e stremato, dopo aver triturato migliaia di chilometri in canottiera sulla groppa di un’auto, assaggiato decine di vini e battuto sui tasti per centinaia di cartelle. Archiviata la corsa, iniziavano finalmente le vacanze, che dal 1958 in poi saranno tutte a Monterosso al Mare. Proprio lì, in quella stessa casa dove - tanto per dire il tipo - nel ’75 si barricò in stanza per 15 giorni di fila a scrivere Il corpo della ragassa, senza mai farsi la barba (che poi da allora non tagliò mai più), in quella stessa casa dico, passato mezzo secolo, trovo il figlio, Paolo. Anche lui in vacanza. Non l’ho mai conosciuto, mai visto, mai sentito prima. Al telefono faccio appena in tempo a chiedere è disposto a una chiacchierata su suo padre che mi risponde secco: «Ah ciao, va bene collega, ma adesso ho la padella sul fuoco. Ci sentiamo dopo?».
Ho già capito che col padre ha in comune almeno tre cose: il mestiere di giornalista, la passione per la tavola, e la simpatia. A rigore dovrebbe chiamarsi “Paolobrerafugioânn”, visto la celebre autodefinizione dell’avo: quel “Gioânnbrerafucarlo” ormai passato alla storia. Naturalmente non osa tanto: anzi, è talmente pudico verso la figura dell’“ingombrante” genitore da chiamarlo «Gianni», non papà. La prima domanda (così credevo) è semplice: «Cosa ha ereditato da suo padre?», chiedo. «La casa in cui abito», risponde. Le cose in comune tra i due Brera adesso sono quattro: c’è anche il senso dell’ironia.
Milanesissimo rispetto a Gianni, che come noto era di San Zenone Po, ovvero pavese, Paolo Brera ha 56 anni, moglie e due figlie, diversi lavori alle spalle e un tesserino da giornalista. Ha appena curato una raccolta di “pezzi” di papà, quelli della rubrica che teneva negli anni Ottanta sull’Europeo, «Il Club del Giovedì», dal nome del gruppo di amici con i quali ogni settimana era solito passare il giovedì sera a mangiare, bere, chiacchierare e fumare. «In fondo, le cose che insieme allo scrivere gli piacevano di più», spiega il Brera di seconda generazione. «Fui proprio io - dice - a proporre nell’87 quella rubrica a Lanfranco Vaccari, il direttore dell’Europeo. All’epoca avevo una mezza collaborazione con il giornale, e decisi di fare l’agente di mio padre... cosa peraltro molto facile. Sapevo che era stufo marcio di scrivere di calcio, ciclismo e affini. E così proposi a Vaccari un appuntamento settimanale dedicato a tutto tranne che allo sport, ovvero: cibo, storia, aneddoti di vita e di carriera, ricordi di guerra, personaggi famosi e poi arte, letteratura, caccia, leggende della Bassa... Figuriamoci, per Gianni - sedicente “umile rampollo d’Olona e di Po” - era il pane, faceva i salti di gioia. Il risultato è una sorta di Novellino padano, brevi narrazioni ricche di humour, storie di osterie e di letto, glorie di pesca e di caccia...».
«Proprio di questo vorrei parlare... non del giornalista sportivo, ma dell’“altro” Brera», accenno. «Ghe pensi mi», dice l’altro Brera. «Vedi, quando scriveva di sport era tecnico, preciso, rigoroso, ma per il resto non è che Gianni raccontasse sempre storie vere... ad esempio a un certo punto in uno di questi articoli mette in bocca al suo amico Ottavio Missoni un episodio di guerra, e ci scrive sopra due pagine in dialetto veneto. Ma è solo un esercizio linguistico, uno scherzo. Missoni non è mai stato partigiano... Gli ha attribuito una cosa che in realtà accadde a lui. Lo faceva spesso. Ecco: qui vien fuori non il cronista, ma il Gianni scrittore».
«A proposito di guerra...». «La sai una cosa? Fu prima tenente paracadutista e poi ufficiale partigiano, eppure si è sempre vantato di non aver mai sparato addosso a un altro cristiano. Sì, Gianni entrò nella Folgore, ma era piuttosto critico: non era allineato al fascismo, non faceva politica, lui voleva scrivere e basta. E anche in montagna, dopo l’8 settembre, fu sempre fedele ai precetti del leggendario Colonnello Fugoni: nel caso ci si trovi di fronte a un nemico superiore in forze, mai scegliere lo scontro, ma la fuga. Ecco perché lo chiamavano “Fugoni”. Comunque, meglio nascondersi, diceva, e poi semmai attaccare all’improvviso... Adesso che ci penso è un po’ come la tattica del catenaccio e del contropiede nel calcio...».
«Ecco, il calcio...». «Il calcio... Finita la guerra, nel ’45, Gianni tornò a Milano, assunto alla Gazzetta dello Sport. La sua carriera, quella vera, è iniziata lì. Un fulmine: nel ’49, giusto qualche giorno prima che nascesse il terzo figlio, era già direttore. Cosa pensava di Milano? Beh, Gianni era pavese, figurarsi: Pavia e Milano si erano combattute per tre secoli... Per lui i milanesi erano tutti mangiabüsecc. Comunque la città gli piaceva. Qui trovò un lavoro, una moglie, ben due squadre da tifare - che non è poco - e una casa. Abitavamo in via Catalani... Comunque, dopo la Gazzetta i giornali li girò un po’ tutti: Il Giorno, Guerin Sportivo, il Giornale con Montanelli, La Repubblica con Scalfari... lo volevano tutti, come scriveva lui non c’era nessuno...».
«A proposito di scrittura...». «Vuoi sapere se mi dava consigli? Per nulla, mai detto niente. Ne abbiamo parlato solo una volta, io allora scrivevo di economia. Gianni diceva che di qualsiasi cosa si parli bisogna divertire il lettore. Io invece gli facevo notare che nel caso di certe materie non si può scherzare troppo, ci sono numeri, dati, percentuali da citare. Ma lui diceva che non c’entra nulla, è una questione di stile. Forse non aveva tutti i torti. Anche con argomenti seri bisogna essere frizzanti, guai ad annoiare. Ma l’ho capito tardi. Come la sua passione per il calcio. Da ragazzo non leggevo le sue cose di sport, giusto i romanzi. Solo quando ho iniziato a curare i suoi libri ho capito davvero quanto era bravo...».
Già, quanto era bravo. La chiacchierata è finita, e penso che prima di quel maledetto incidente stradale, il dicembre del ’92, anch’io non avevo mai letto nulla di Gianni Brera. Mi vergogno e mentalmente mi viene da chiedergli scusa, che in milanese si dice “Me dispiass”.